Silvio Greco: «Aveva fatto immersioni scientifiche anche sino a -80 metri, quelle quote non sono abissi. Se dopo la sua morte si impedisse ai biologi marini di esplorare, Monica morirebbe una seconda volta». Massimo Musio-Sale: «Con gli studenti lavorava fianco a fianco: imparavano facendo»

«Non ho mai pensato, neanche per un istante, che una biologa marina dal profilo internazionale come Monica Montefalcone potesse immergersi per fare ricerca oltre i trenta metri senza le autorizzazioni delle autorità maldiviane». Silvio Greco pesa ogni parola. Biologo marino, docente a Pollenzo, vicepresidente della Stazione zoologica Anton Dohrn e membro della comunità scientifica del Wwf Italia, conosceva la docente da quando «era neolaureata a Milano». E parte da una parola che può ingannare: crociera scientifica. «Evoca la vacanza, ma non lo è. È la fase operativa di un progetto: si parte da un’ipotesi, la si verifica sul campo, si raccolgono dati su colonna d’acqua, sedimenti, coralli, organismi, anche in immersione. Chi lo fa ha brevetti, certificazioni e segue protocolli rigidi. Noi non la chiamiamo crociera scientifica, ma campagna di ricerca».

Le ricercheMontefalcone, ricorda Greco, da anni studiava lo sbiancamento dei coralli e gli ambienti sommersi degli atolli maldiviani, dove la crisi climatica lascia segni misurabili. «Aveva compiuto ricerche fino a ottanta metri — aggiunge — e aveva pubblicato su riviste prestigiose, anche su Nature Communications. Tutti sapevamo ed era una scienziata riconosciuta». Per questo, insiste, bisogna separare la ricerca dall’imprudenza. «Non va confusa l’esplorazione con l’azzardo, perché cinquanta metri non sono un abisso: il mare arriva a undici chilometri. Ma se c’è un margine di pericolo usiamo prima i Rov, i robot subacquei. Coordino gruppi che sondano fondali fino a ottocento metri con i Rov». La profondità, da sola, non basta a spiegare una tragedia. «Conta il progetto, contano le autorizzazioni, contano le condizioni del mare, contano le procedure. Una biologa marina con l’esperienza di Monica sapeva benissimo che cosa stava facendo». Greco non minimizza il rischio. Lo definisce, semmai. «Il mare è un ambiente difficile. La ricerca subacquea richiede preparazione, prudenza, controlli, ruoli chiari. Nessuno può pensare di scendere in acqua per raccogliere dati scientifici come se fosse una gita. Ma proprio per questo esistono protocolli, brevetti, visite mediche, piani di immersione, autorizzazioni. È dentro quella cornice che lavora un biologo marino». E dentro quella cornice, secondo lui, si muoveva Montefalcone: «Era una professionista. Una persona che apparteneva alla comunità scientifica internazionale. Non una turista spinta dalla curiosità».