Tra i primi soccorritori intervenuti sabato a Modena, dopo che l'auto guidata da Salim El Koudri era piombata sui passanti, c'era un ufficiale dell'Esercito del nono reggimento di assalto "Col Moschin", libero dal servizio. Uno di quegli incursori di cui nessuno conosce né il volto né il nome. E per questo lo chiameremo Stefano.

Dove si trovava in quel momento?«Io ero in bicicletta. All'altezza di Canal Grande vedo una massa tutta accalcata. Dò per scontato, essendo sabato pomeriggio, che ci fosse una forma di intrattenimento. Proseguo e mi accorgo che c'è la gente che urla, sconvolta. Mi faccio slalom tra le persone: vedo una macchina incidentata, una vetrina infranta e poi mi cascano gli occhi su una signora con le gambe spappolate. Un'altra passante, che di lavoro fa il paramedico, era sopra di lei e cercava di prestarle soccorso. Per fortuna nello zaino avevo il tourniquet, ossia un laccio emostatico che serve per tamponare le emorragie massive».Lei nel tempo libero va in giro con un laccio emostatico?«Sì, per deformazione professionale, perché ce l'hanno insegnato, perché pesa poco e te lo porti dietro. Non serve mai, però quando lo usi può salvare una vita, come in questo caso. Ringrazio il cielo di averlo avuto con me. Così appoggio la bici a terra, tiro fuori il tourniquet dallo zaino e mi precipito sulla gamba sinistra della signora, che aveva già i pantaloni tagliati. Nel frattempo, vengono recuperate delle cinture dei pantaloni per tamponare l'emorragia alla gamba destra. Questo primo intervento ha permesso alla vittima di arrivare in ospedale ancora viva».Dove ha imparato questa procedura?«Ce lo hanno insegnato al reparto. La prima cosa che bisogna fare in questi casi è comprimere la ferita. Essendo impegnati in attività operative, in teatri internazionali e in scenari di guerra, sappiamo che i primi interventi salva vita sono quelli che poi fanno la differenza, che siano colpi d'arma da fuoco o incidenti di qualsiasi genere».Le era mai capitato di fare un intervento di questo tipo?«No, mai. Le altre volte l'ho fatto come esercitazione, come addestramento».La signora che ha soccorso urlava dal dolore?«Era sotto shock, ma era cosciente. Provava a tirare su il corpo, il paramedico che era lì la tranquillizzava. Ma non urlava e non parlava. Il corpo in questi casi estremi non registra quasi il dolore, è una forma di difesa chimica. Poi quando è arrivata l'ambulanza mi sono allontanato e ho capito che c'erano altre vittime all'inizio della via».È riuscito a dormire la notte?«A tratti, non riuscivo a spegnere il cervello. Mi ha fatto specie il fatto di essermi trovato a Modena a dover gestire una situazione del genere, perché uno se l'aspetta in un teatro operativo. La difficoltà è che, in un contesto in cui c'è tanta gente, ognuno si aspetta che sia un altro a intervenire. Io avevo gli strumenti per aiutare e l'ho fatto, non ci ho pensato due volte. È il mio dovere. Spero che la signora possa riprendersi, anche se non sarà più la stessa vita. Dobbiamo riflettere tutti. Uno esce per farsi una passeggiata in centro e si ritrova l'esistenza rovinata».