di
Vincenzo Brunelli
La signora, deceduta a 93 anni, aveva destinato la gran parte dei suoi averi al monastero di Dumenza. L'opposizione dei parenti e il verdetto del Tribunale civile: «Il loro testamento è apocrifo, realizzato mediante imitazione». Gli atti in Procura, e i nipoti rischiano pure l'«indegnità a ereditare»
La signora era deceduta nel 2019 a 93 anni nella sua Lissone, in provincia di Monza, e non avendo marito né figli aveva disposto tutto nei minimi particolari in un testamento che aveva redatto con cura nel 2011 e depositato presso il notaio di fiducia. Dopo la sua morte il notaio aveva reso note le ultime volontà della donna, che a parte alcuni lasciti «minori» a due nipoti - figli di un fratello - aveva stabilito di lasciare la propria casa di Lissone e i 570 mila euro all'epoca presenti sui suoi conti ai monaci benedettini del monastero di Dumenza, in provincia di Varese.
Nelle sue disposizioni testamentarie la signora era stata molto precisa e meticolosa nel descrivere tutte le sue volontà, e aveva anche precisato che i monaci avrebbero dovuto occuparsi dei funerali e della sepoltura. Nulla era stato lasciato al caso: gli immobili, i lasciti ai nipoti, i mobili e gli arredi, e tutto ciò di cui disponeva. Insomma un testamento modello, come hanno poi sottolineato i giudici di Monza. Sì, perché questa vicenda è finita in un'aula di Tribunale dopo che i nipoti hanno rifiutato le somme che il notaio voleva loro corrispondere, come da testamento, in sede di esecuzione dello stesso, perché a loro dire esisteva un secondo testamento, redatto nel 2017 ed emerso solo nel 2022, nel quale la zia avrebbe lasciato tutti i suoi averi proprio a loro due, e a nessun altro.








