Pavia. Il processo Clean2 si è concluso in primo grado con una condanna a 5 anni e 8 mesi per Maurizio Pappalardo. L’ex comandante del nucleo informativo dei carabinieri di Pavia è ritenuto colpevole di corruzione e stalking, mentre è stato assolto per l’accusa di peculato. In attesa del deposito delle motivazioni della sentenza, il ricorso in appello dei suoi avvocati sembra scontato. Se la condanna dovesse mai diventare definitiva, per Pappalardo le conseguenze potrebbero arrivare anche sul piano militare. «Sarebbe un caso a dir poco eccezionale se mantenesse il grado dopo una condanna per corruzione», conferma il generale in congedo Ernesto Di Gregorio. Ex comandante provinciale a Pavia, ha lasciato la città nel 2015. Dopo pochi mesi sarebbero iniziate le vicende contestate agli imputati di Clean2. Generale, che effetto le fa vedere un suo collega condannato, anche se in primo grado? «Provo amarezza e rammarico, come tutti i carabinieri credo. Aspettiamo l’appello prima di arrivare a conclusioni. La situazione non è certo bella, perché se venisse confermato rischia sia carcere sia rimozione dal grado». Quella della degradazione è un’ipotesi concreta? «In quarant’anni di servizio ne ho purtroppo viste tante e posso dire per esperienza che un militare che mantiene il grado dopo un’eventuale condanna per corruzione sarebbe un caso eccezionale. La decisione spetterà a una commissione di disciplina che stabilisce se si è degni di conservarlo. Diciamo però che il militare di qualunque grado, anche in congedo, se condannato per gravi reati quasi sempre viene degradato a soldato semplice dell'Esercito. La perdita di grado è la più grave sanzione disciplinare di Stato per il personale militare, perché militari lo si rimane a vita per legge». Il “Sistema Pavia” è sulla bocca di tanti, ma nei suoi anni di servizio si era accorto di qualcosa? «Io sono stato trasferito dopo un episodio spiacevole. Un carabiniere è stato arrestato, aveva fatto cose disdicevoli. Negli atti però veniva scritto che potesse avere degli appoggi in caserma. Sapevo che non era così e sono andato in procura a difendere i “miei” carabinieri. Questo ha portato a un clima teso tra me e la magistratura, il comando generale ha saggiamente pensato di trasferirmi quattro mesi prima del previsto a mia tutela. A parte questo, notavo un legame profondo tra la procura e i personaggi coinvolti in questa vicenda». Cosa risponde a chi le chiede perché non è intervenuto se aveva percepito questo? «Rispondo che quando si parla delle “squadrette” si fa riferimenti a fatti iniziati ad aprile 2015, quatto mesi dopo il mio trasferimento. Forse perché con me certe cose era meglio che non si permettessero neanche di pensarle. Non ho fama di essere tollerante». E come si spiega il fatto che, se confermati dalla Giustizia, certi comportamenti venissero tollerati? «Penso sia per timore reverenziale, visto che persone di cui stiamo parlando erano in “grande intimità” con la procura di Pavia e visti gli avvisi di garanzia anonimi, trasferimenti e altro che piombava addosso a chi, come dice lei, non tollerava». Dopo il congedo ha scelto di tornare a Pavia a vivere, nonostante la vicenda del trasferimento che ha definito “spiacevole”. Perché? «Da Pavia ero stato trasferito a Napoli, con un ottimo incarico. Dopo tre anni il comando generale, che aveva capito la situazione, mi ha mandato a Milano per dare un segnale. Ho scelto di vivere a Pavia perché si erano dette tante falsità dopo il trasferimento. Io tengo molto all’onore mio e dell’Arma e so di poter camminare a testa alta. Qui, come in tutti gli altri luoghi dove sono stato, c’è chi serve e chi se ne serve. Io personalmente ho sempre servito».