ROMA - «Quando scendi a 60 metri di profondità devi calcolare bene i tempi. Non puoi restare più di cinque minuti, al massimo dieci» racconta chi ha esplorato la grotta marina dell'Atollo di Vaavu, alle Maldive, dove sono morti i cinque sub italiani. L'entrata è ampia e invitante: la prima caverna è molto illuminata. Spiega un sommozzatore italiano che c'è stato, ma preferisce restare anonimo: «La conformazione del punto d'immersione alle Maldive è tanto spettacolare quanto insidiosa, caratterizzata da una successione di ambienti sommersi che diventano progressivamente più oscuri, stretti e profondi. La prima cavità si apre direttamente lungo una parete verticale del reef, con l'ingresso situato a circa 60 metri di profondità. L'accesso appare come una grande spaccatura orizzontale nella parete: un'apertura ampia e luminosa verso il mare aperto, che però, penetrando all'interno, tende gradualmente a restringersi. Il soffitto si abbassa e la luce naturale scompare poco a poco».
Quindi i cinque sub sono passati da una prima area che offre visibilità e una vista spettacolare a una seconda di buio totale. Conferma il sommozzatore: «Guardando verso l'esterno si mantiene sempre un chiaro riferimento visivo grazie alla luce proveniente dal mare; al contrario, avanzando verso il fondo della grotta, l'ambiente diventa rapidamente sempre più buio».La prima caverna è stata esplorata dai sub delle Forze di Difesa Nazionali delle Maldive che poi sono entrati nella seconda dove è stato recuperato già il primo giorno un unico corpo, quello di Gianluca Benedetti, 44, capobarca e istruttore. Per capire: proseguendo dalla prima caverna si aprono due passaggi. A destra c'è una chiusura naturale, mentre a sinistra si procede verso la seconda camera.«Il passaggio richiede di abbassarsi leggermente sotto il livello del pavimento della grotta per poi riemergere immediatamente nella cavità successiva. La seconda camera è più piccola ma sufficientemente ampia da permettere il movimento di quattro o cinque subacquei, anche in posizione verticale. La sua caratteristica principale è l'assenza totale di luce naturale: una volta superato il primo ambiente, ci si trova immersi nel buio assoluto. Il fondale di questa seconda stanza presenta una particolare conformazione: dopo l'ingresso si innalza formando una sorta di dosso sabbioso, per poi ridiscendere. Può creare un forte effetto di disorientamento». Qui potrebbero essere cominciati i problemi. «Per ritrovare facilmente la via del ritorno sarebbe fondamentale utilizzare un filo d'Arianna, un riferimento luminoso oppure mantenere un supporto all'ingresso della camera». Non sappiamo se il gruppo avesse il filo di Arianna, anche se appare improbabile. BIFORCAZIONE C'è infine una terza camera, dove i sub ricercatori non sono riusciti ad entrare: «Si raggiunge una nuova biforcazione. Anche qui il passaggio di destra è chiuso. Il passaggio di sinistra invece conduce a quella che viene comunemente chiamata "terza camera", sebbene non si tratti di una vera stanza». Ricordiamolo: siamo a 60 metri di profondità, nel buio totale: se uno dei cinque si è sentito male o è rimasto incastrato, gli altri quattro hanno rischiato la propria vita per aiutarlo, senza riuscirci. Solo una ipotesi. «Questo ambiente - aggiunge il sub italiano - è più simile a una stretta spaccatura o a un piccolo canyon sommerso, nel quale ci si può inoltrare, ma dove lo spazio è talmente limitato da non consentire nemmeno di girarsi completamente. Per invertire la direzione è necessario arretrare per alcuni metri prima di poter effettuare la manovra, prestando grande attenzione ai movimenti delle mani e delle pinne. E in quest'area, inoltre, la profondità aumenta ulteriormente, passando dai circa 60 metri iniziali fino a sfiorare i 70 metri».












