L'atollo di Vaavu non compare nelle mappe mentali degli italiani. Non è Malé, i resort con i bungalow sull'acqua che finiscono nelle foto dei matrimoni. È un arcipelago dentro l'arcipelago, poco abitato e raggiungibile solo in un'ora di motoscafo dalla capitale. Le sue acque infestate dagli squali sono frequentate da chi nell'Oceano Indiano non va per stendersi ma per scendere: Alimathà è una di quelle coordinate che esistono quasi soltanto per i subacquei e per i biologi marini, che spesso sono la stessa cosa.Il 14 maggio, benché fosse in corso un'allerta meteo con allarme giallo, da una Safari boat chiamata “Duke of York” sono scesi nelle acque a largo di Alimathà cinque italiani. Non sono più risaliti. I loro corpi si trovano ancora a cinquanta metri di profondità, dentro una grotta che si estende per circa 260 metri e raggiunge i sessanta metri sotto la superficie. Le autorità maldiviane hanno dichiarato che si tratta del peggior incidente subacqueo nella storia del paese.I profili dei sub che hanno perso la vita: Monica Montefalcone, 51 anni, professoressa associata in Ecologia all'Università di Genova, responsabile di campagne di monitoraggio dei fondali maldiviani, nota anche in televisione per la divulgazione scientifica marina. Montefalcone aveva svolto programmi di ricerca universitari ad Alimathaa nei giorni precedenti. "Pochi mesi fa aveva vinto il Tridente d’oro, un premio assegnato dall’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee ai migliori sub del mondo", ricorda a Rep il suo collega Roberto Danovaro. Poi la figlia della docente, Giorgia Sommacal, 23 anni. Muriel Oddenino, 31 anni, di Poirino (Torino), assegnista di ricerca al dipartimento di Scienze della terra, dell'ambiente e della vita dello stesso ateneo genovese, alle spalle pubblicazioni scientifiche e anni di immersioni. Gianluca Benedetti, di Padova, capobarca e istruttore subacqueo. Era top operation manager di “Albatros Top Boat”, una delle agenzie specializzate in crociere scientifico-turistiche nell'arcipelago. Aveva lavorato a lungo nelle banche, poi nel 2017 era andato alle Maldive per la prima volta e non era più ripartito. Una di quella storie che amano i giornali online, della serie “Così ho trasformato la mia passione in lavoro”. Federico Gualtieri, 31 anni, di Borgomanero in provincia di Novara, anche lui istruttore subacqueo, laureato a marzo scorso all'Università di Genova con Montefalcone come relatrice. “Da quando l'ho conosciuta è sempre stata la mia guida”, l'aveva ringraziata nella tesi. Non un gruppo casuale di turisti ma una piccola comunità professionale con al centro il mare come oggetto di studio e di vita.Da sinistra Monica Montefalcone, Federico Gualtieri, Giorgia Sommacal, Gianluca Benedetti e Muriel Oddenino (Ansa)La grotta dove sono morti i cinque sub italiani è un sistema carsico sommerso, non insolito da queste parti: l'atollo di Vaavu è noto tra i sub per i cosiddetti “kandu”, canali naturali che collegano la laguna interna al mare aperto. Le correnti nell'Oceano Indiano possono cambiare direzione e intensità in pochi minuti, e a quelle profondità la finestra operativa di un subacqueo, anche esperto e attrezzato, si restringe in modo significativo. Le ipotesi sulle cause della tragedia vanno da un problema alla miscela di gas alla perdita di orientamento all'interno del sistema di gallerie, fino alle correnti ascensionali improvvise. Nessuna è ancora confermata. I sommozzatori della forza di difesa nazionale maldiviana lavorano da ore, anche di notte. Finora è stato trovato solo il corpo della professoressa Montefalcone, in una cavità a 60 metri, e si ipotizza che anche gli altri quattro si trovino lì. Ma, al momento, le condizioni meteo sembrano impedire l'avvio delle operazioni di recupero.Secondo quanto risulta alla forza di difesa maldiviana impegnata nel recupero dei corpi, non ci sarebbe stato un “master” locale ad accompagnarli nella grotta, come invece prevederebbe la legge dell'arcipelago, anche se non è chiaro se un'immersione di natura scientifica sia soggetta a norme diverse. Mentre monta la polemica su responsabilità e permessi, forse vale la pena fare un passo indietro e considerare che in quello che è successo c'è qualcosa di più antico di qualsiasi regolamento. Una spinta che attraversa tutta la storia umana e che la scienza ha ereditato. Quello di Icaro non è un mito sull'imprudenza, ma sulla curiosità, che è il vero motore della scoperta e dell'innovazione. Un istinto che ha mosso chiunque abbia valicato un passo di montagna senza sapere cosa ci fosse dall'altra parte, abbia aperto il ventre di un cadavere per capire come funzionasse, abbia puntato un cannocchiale verso Giove. Darwin sul Beagle, scomodo e spesso malato, in un viaggio pericoloso per gli standard dell'epoca. William Beebe, negli anni Trenta, che scende nell'Atlantico a quasi mille metri dentro una sfera di acciaio con ossigeno per poche ore e nessuna procedura di emergenza consolidata. Hans Hass, biologo marino austriaco, che dieci anni più tardi si immerge con autorespiratori artigianali per fotografare gli squali da vicino, senza gabbia.Oggi i luoghi davvero inesplorati si trovano tra gli astri o sotto il mare. Lo spazio profondo e i fondali oceanici sono le ultime frontiere fisiche rimaste, i pochi posti dove la mappa è ancora bianca. Non è un caso che le due grandi agenzie di esplorazione del Ventunesimo secolo siano la Nasa e i programmi oceanografici internazionali e che entrambe fatichino a giustificare i costi davanti a parlamenti che preferirebbero sapere a che cosa servono le indagini per le quali sborsano parecchi quattrini. La risposta, ogni volta, è la stessa che probabilmente avrebbe dato Beebe: serve a sapere cosa c'è nei territori sconosciuti. “Curiosity killed the cat”, dicono gli inglesi. “But satisfaction brought it back”: il piacere della conoscenza supera il pericolo.Senza moralismi: la competenza non produce necessariamente cautela. Vale negli abissi come in alta montagna. Spesso chi conosce un territorio impervio sa distinguere il rischio reale da quello percepito, e quella capacità di discriminazione, affinata nel tempo, diventa la ragione per scendere (o salire) dove altri non andrebbero. Così il limite non è più un confine, ma diventa un punto di partenza. Come Beebe che chiedeva di scendere ancora di cento metri quando la batisfera aveva già superato ogni record. Come ogni esploratore che ha trasformato la propria competenza in un argomento per andare oltre. È la stessa spinta che ha prodotto quasi tutto quello che sappiamo sul mondo. Alle Maldive, il 14 maggio, quella spinta ha portato cinque persone dentro una grotta sommersa. Un posto che esiste solo per chi ci entra.