Il bar di piazza Fontana è all’incrocio di uno dei tratti non ancora del tutto risanati del centro storico di Taranto. Sopra c’è un boutique hotel, di fronte palazzi in degrado e ristoranti, per terra le antiche pietre nere, a due passi il mare.
Il gestore, Romolo Magnati, ha visto tutto, o quasi, del massacro del 9 maggio. Ma quando la polizia lo ha interrogato, in prima battuta, ha finto di non sapere chi fossero i componenti della baby gang della città vecchia che hanno pestato a morte Bakari Sako, 35enne del Mali.
Sembra aver paura di ritorsioni: «Sto male, sto male», si lamenta, intercettato, con la sua barista, sorella del sedicenne considerato il capo della banda, e fidanzata di Cosimo Colucci, il 21enne che ha partecipato al pestaggio, colpendo con un pugno la vittima, già ferita dal fendente di un coltello di 15 centimetri.
Si giustifica, il titolare del bar: «Mi hanno fatto vedere le foto di tutti quelli che ci stavano, che si vedevano dalle telecamere. Come potevo dire quello non ci stava? Aiutatemi voi, adesso. Ora come devo essere considerato?». La procura – a coordinare le indagini è la pm Francesca Paola Ranieri - lo ha iscritto nel registro degli indagati per favoreggiamento. Ma in un contesto dove le famiglie malavitose comandano, ha paura. «Mi hanno fatto vedere le foto. Che dovevo fare, dimmi, che dovevo fare?», si sfoga con la sua dipendente, che era con lui quando, alle 5 e 20 del mattino, il bracciante ha cercato invano riparo dalla furia dei ragazzini. Lui li ha invitati a uscire, senza chiamare la polizia. Dopo, si coglie dai dialoghi intercettati, ha temuto di restare disoccupato per la chiusura del locale (disposta poi dalla questura). Fa riferimento al padre della barista, con precedenti penali: «Dice che io devo assumere qualcuno al bar. Ma ora lui deve assumere me. Tutto brutto, che giornata che ci è capitata».











