di

Cesare Bechis

Nel bar lavora la sorella di uno dei minori arrestati. Il barista aveva detto agli inquirenti di non conoscere il 22enne Cosimo Colucci che ha partecipato all'aggressione. In seguito gli investigatori hanno scoperto che mentiva e che era a conoscenza di chi fosse quel giovane

La licenza del bar di piazza Fontana dove all’alba di sabato 9 maggio s’era rifugiato Bakari Sako per sfuggire ai suoi aggressori è stata sospesa per 60 giorni dalla Questura di Taranto. Il suo proprietario, nel frattempo, è indagato per favoreggiamento del 22enne Cosimo Colucci che, secondo gli inquirenti, ha partecipato attivamente all’aggressione, allontanandosi poi dalla scena e tratto in arresto alcuni giorni dopo. Il barista, in un primo tempo, aveva detto agli inquirenti di non conoscerlo. In seguito, e grazie a un’intercettazione negli uffici della questura tra lui e la sorella di uno dei minorenni gli investigatori hanno scoperto che mentiva e che era a conoscenza di chi fosse quel giovane.

Riferì di aver riconosciuto tutti i ragazzi che erano presenti in piazza Fontana, ma che mancava la foto di «Mimmo», il diminutivo di Cosimo Colucci. Intanto, la mattina del 16 maggio il 22enne è stato ascoltato dal gip Gabriele Antonaci nell’udienza di convalida del fermo. affermando di non aver preso parte all’aggressione e di essere arrivato dopo. Ma il comportamento del titolare del locale ha suscitato più di una perplessità. Nell’immediatezza dell’omicidio di Bakari Sako, all’alba di sabato scorso, rispose ai poliziotti che lo interrogavano in prima battuta di non conoscere nessuno dei giovani entrati nel bar all’inseguimento della vittima. Il giorno dopo, ascoltato in questura, rivide questa posizione e ammise di conoscere due dei quattro entrati nel locale, anche perché uno di essi è il fratello di una sua dipendente che lavora nel bar. Tra l’altro, sempre questi due, avevano fatto colazione in quel bar ancor prima che in piazza arrivasse Bakari Sako e scattasse l’aggressione della banda culminata nell’omicidio. Ai magistrati confessò di non essere intervenuto perché «preso dal panico».