Purtroppo la filosofia che si studia nei licei spesso non la decidono gli insegnanti ma una sincopata corsa a usare le pochissime ore rimaste dopo l’intrusione delle ore di formazione scuola-lavoro, educazione civica, orientamento… Sulla carta filosofia sarebbero 99 o 66 ore l’anno a seconda dell’indirizzo; nei fatti è difficile che si riesca ad arrivare a poco più della metà.
I docenti non riescono a strutturare e programmare le lezioni, ma si ritrovano costretti a delegare la maggior parte dello studio al lavoro a casa e ai manuali scolastici, che vengono adottati e poi seguiti inerzialmente. L’Abbagnano-Fornero o il Reale-Antiseri passano di generazione in generazione non perché siano i migliori possibili ma perché rassicurano i docenti, ricalcandone le aspettative e lo stile di lezione. La lettura diretta di testi filosofici è una lodevole rarità.
La discussione sulle nuove Indicazioni nazionali per i licei evita di affrontare questo elefante nella stanza e ne fa entrare un altro, ancora più ingombrante: un canone filosofico virato verso una maggiore attenzione all’idealismo italiano e al pensiero cristiano del personalismo di Maritain e Mounier, tra l’altro mal interpretati. La fissa del ministro Valditara e della presidente della commissione Loredana Perla per il personalismo e il suo inserimento pervasivo nel documento è la parte scoraggiante di questo dibattito.










