Il dibattito sui Promessi Sposi e sulle nuove Indicazioni nazionali riapre il tema della didattica dell’italiano. Tra AI, digitale e classici, la sfida è costruire competenze critiche solide, capaci di formare lettori consapevoli e non utenti passivi della tecnologia
Docente a contratto di Tecnologie didattiche nell'Università degli Studi di Verona, ricercatrice didattica, consulente e formatrice, Già autrice per Sanoma di percorsi sulla didattica STEM
Il dibattito sui “Promessi Sposi” riacceso dalla pubblicazione da parte del MIM della bozza delle nuove “Indicazioni nazionali per i licei” mi sembra l’occasione opportuna per riflettere su un’emergenza da troppo tempo trascurata: la didattica della disciplina italiano. Parliamo continuamente di metodologie e tecnologie, ma raramente ci interroghiamo su come costruire curricula disciplinari dallo sguardo lungo, capaci di rinforzare le competenze in modo ricorsivo, creando le basi per un lettore solido e non “usa e getta”.
Il rumore di fondo su strumenti e dispositivi ha finito, infatti, per spostare l’attenzione dai fondamenti epistemologici e dai nodi strutturanti e metodologici, come se l’innovazione fosse un obiettivo autonomo e non la forza rigeneratrice capace di dare nuova linfa alla disciplina. Per esperienza diretta, sono, invece, convinta che la sinergia tra strumenti digitali e testi classici possa generare una spinta inedita all’apprendimento, a patto, però, che sia guidata da una preparazione specifica e da una visione competente, capace di ricondurre la tecnica al servizio del senso.









