C’è qualcosa di profondamente simbolico nella polemica esplosa attorno alle nuove indicazioni nazionali per i licei. Non riguarda soltanto un elenco di autori, né una disputa accademica. Riguarda piuttosto il modo in cui un Paese sceglie di raccontare sé stesso alle nuove generazioni. E soprattutto riguarda quali strumenti decide di lasciare, o sottrarre, a ragazze e ragazzi per interpretare il mondo che abitano.

L’esclusione di alcuni pensatori dai programmi di filosofia

L’esclusione di pensatori come Marx, Spinoza, Fichte o Schelling dai programmi di filosofia ha acceso la protesta di decine di professori, intellettuali e studiosi. Una discussione che arriva dopo un’altra polemica culturale che ha attraversato il dibattito scolastico: quella relativa al ridimensionamento di Manzoni e di alcuni pilastri della tradizione letteraria italiana nelle nuove linee guida. Segnali differenti, certo, ma che sembrano muoversi dentro la stessa tendenza: alleggerire la complessità, semplificare il conflitto delle idee, rendere il sapere più lineare, meno problematico, più controllabile.

Non è solo una questione di alleggerire i programmi

Ma la cultura non è mai rassicurante. E la filosofia, forse più di ogni altra disciplina, nasce proprio per mettere in discussione le certezze. Ridurre alcuni autori a presenze marginali, o eliminarli del tutto, non significa soltanto alleggerire un programma. Significa intervenire sulla complessità del pensiero. Perché Marx non è soltanto un autore politico: è uno strumento per leggere le disuguaglianze, il lavoro, il capitalismo contemporaneo, i rapporti di forza che attraversano la società. Spinoza è libertà, dubbio, critica dell’autorità assoluta. Fichte e Schelling rappresentano passaggi fondamentali per comprendere la costruzione dell’idea moderna di individuo, di Stato, di coscienza.