La globalizzazione sembrava aver abbattuto i confini e reso irrilevanti le distanze. Oggi la geografia si prende la rivincita. Perché se non si capisce la morfologia dei paesi o dove si trovano le materie prime non si capiscono le cause di tensioni e guerre.
Una materia sottovalutata
Per molti anni la geografia è stata considerata, soprattutto nella scuola italiana, un noioso elenco di monti, fiumi e città da imparare a memoria. Nulla a che fare con la storia, magistra vitae, con la matematica e le scienze, strumenti volti a disegnare il futuro, oppure con la filosofia e le lettere, che ci aiutano a capire chi siamo. Pur con qualche autorevole eccezione (qui e qui), lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, della rete web, del commercio internazionale, della globalizzazione e la crescente importanza dei beni immateriali hanno contribuito a farci credere che le distanze non siano rilevanti e che ovunque valga la legge del prezzo unico, giacché i costi di trasporto e gli altri vincoli alla libera circolazione dei beni stavano diventando insignificanti.
Eppure, le tensioni di questi anni ci hanno ricordato quanto la geografia conti. Come potremmo capire le guerre di oggi senza conoscere la morfologia dell’Iran, dell’Ucraina o della Somalia? Come spiegare l’economia mondiale senza sapere dove vengono estratte le materie prime essenziali, ricostruire le diverse catene di produzione e monitorare la logistica dei beni che consumiamo? Come comprendere le differenti preferenze politiche o le diverse sensibilità ai cambiamenti climatici senza considerare la geografia?






