I nuovi equilibri – o squilibri – del mondo postglobale, con annessi nazionalismi, populismi, guerre commerciali, scontri militari veri e propri e nuovi blocchi o aree di potere, hanno fatto tornare in auge una disciplina come la geopolitica, intesa come studio della relazione tra spazio geografico e politica internazionale, tra la geografia e la politica, e come strumento specifico per comprendere le dinamiche delle relazioni internazionali.
In un mondo comunque fortemente interconnesso, dove le catene del valore sono globali e le aziende – specie quelle italiane – hanno bisogno di trovare sempre nuovi mercati per crescere ed esportare, la conoscenza del “campo da gioco” internazionale può essere di grande aiuto, anche per comprendere dove è meglio concentrare gli sforzi in termini di investimenti sui mercati.
Allora, dotarsi di specifici centri studi laddove le dimensioni aziendali lo permettano, avvalersi di consulenti che svolgono professionalmente questo tipo di attività per le imprese, oppure strutturarsi a livello di filiera in modo da minimizzare i costi di tale attività di analisi e massimizzarne i vantaggi, può essere una scelta potenzialmente efficace e vincente.
In questo senso la figura del “Chief Geopolitical Officer” in azienda, con i distinguo fatti poc’anzi, può essere una risorsa manageriale capace di offrire un quadro informativo più completo all’attenzione dei ceo e dei consigli di amministrazione.






