Qui una volta c’erano i draghi. Ora ci sono i dati: altrettanto selvaggi, elusivi, ribelli del bestiario fantastico che popolava i margini delle mappe antiche, le regioni misteriose dove gli esploratori non erano ancora arrivati e che i cartografi raffiguravano con l’aiuto dell’immaginazione. Come i mostri e le belve alle latitudini estreme attiravano i capitani di Joseph Conrad e gli artisti dell’era delle grandi scoperte – basti pensare alle grandi mappe che ritornano come finestre di fuga sugli sfondi dei quadri di Vermeer – oggi le dense foreste, fatte di alberi algoritmici che coprono il globo, irretiscono cyber-scienziati e antropologi, geo-politologi ed economisti e, naturalmente, anche gli artisti contemporanei, quelli che operano nella marea montante delle nuove tecnologie e i molti che ancora prediligono gli strumenti tradizionali.
La geografia, una delle scienze più antiche della storia, si sta prendendo la sua rivincita. È tornata alla ribalta geopolitica grazie alla strozzatura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt i rifornimenti dell’economia globale. Ma da diversi anni, attraverso l’uso di tecnologie sempre più sofisticate, stava preparando un ritorno in grande stile. Da tempo la geografia si è trasformata da disciplina descrittiva in scienza dinamica, tesa ad esaminare le mutevoli situazioni geo-spaziali, gli hub dei commerci e della finanza, le rotte delle migrazioni, gli slittamenti climatici e le implicazioni sociali. Sotto le arterie congestionate delle nuove metropoli, i letti in secca (o in piena improvvisa) di fiumi dai nomi esotici, in strade abbandonate e inghiottite da famelici deserti e lungo le ferite dei disboscamenti delle foreste pluviali si avverte il ronzio dei dati. Delle connessioni. È l’ultrasuono della nuova geografia.






