Se non si ripensano governance, competenze e processi di lavoro, l’IA non genera valore per le imprese. La diffusione di quella agentica accelera, ma con risultati incerti. Il nodo non è la tecnologia, bensì la capacità delle organizzazioni di governarla.

Molta adozione, poca integrazione

Nelle imprese, le soluzioni di intelligenza artificiale agentica rappresentano un salto evolutivo rispetto alla IA generativa e assorbono già una quota stimata tra il 10 e il 15 per cento dei nuovi investimenti nel campo, con prospettive di rapida espansione. Se la Gen AI produce contenuti su richiesta dell’utente, l’IA agentica è progettata per agire in autonomia lungo sequenze articolate di operazioni: pianifica attività, utilizza strumenti diversi, interagisce con operatori umani, prende decisioni operative e coordina processi complessi.

Il passaggio cruciale è quindi da sistemi che “assistono” a sistemi che “agiscono”, acquisendo capacità di iniziativa, orchestrazione e apprendimento contestuale, fino ad avvicinarsi alla logica di un vero e proprio “collaboratore digitale”. Negli Stati Uniti, oltre la metà delle imprese dichiara di utilizzare agenti IA per gestire flussi di lavoro articolati (Anthropic–Material, 2026), mentre cresce rapidamente l’adozione su processi end-to-end. Anche in Italia la diffusione è aumentata in modo significativo (Thea-Ambrosetti, 2025), ma resta concentrata in progetti pilota o in singole funzioni, senza un’integrazione sistemica.