di Paola Natalisabato 16 maggio 20262' di letturaL’invecchiamento del cervello potrebbe dipendere anche dal sistema immunitario. È quanto suggerisce una nuova linea di ricerca che sta attirando l’attenzione della comunità scientifica: alcune cellule immunitarie presenti nel sangue, con il passare degli anni, sembrano contribuire al declino cognitivo e ai problemi di memoria. Secondo studi pubblicati sulla rivista scientifica Nature, alcune cellule T “invecchiate” rilasciano sostanze infiammatorie e un enzima capace di alterare il normale funzionamento cerebrale nei topi anziani. I ricercatori hanno osservato che queste cellule immunitarie, accumulandosi nel tempo, possono interferire con i meccanismi legati alla memoria e all’apprendimento.L’aspetto più interessante dello studio riguarda però ciò che accade quando questa attività viene bloccata. Nei modelli animali, infatti, inibire l’enzima prodotto dalle cellule T senescenti ha portato a un miglioramento delle capacità cognitive e della memoria. Un risultato che apre nuove prospettive nella comprensione dell’invecchiamento cerebrale. Per anni il declino cognitivo è stato attribuito quasi esclusivamente ai cambiamenti che avvengono direttamente nel cervello. Oggi, invece, emerge sempre più chiaramente il legame tra cervello, infiammazione e sistema immunitario. Questo fenomeno, spesso definito “inflammaging”, descrive proprio lo stato di infiammazione cronica di basso grado che accompagna l’età avanzata e che potrebbe avere un ruolo importante nello sviluppo di malattie neurodegenerative.Gli studiosi sottolineano che si tratta ancora di ricerche preliminari, effettuate principalmente su modelli animali, e che saranno necessari ulteriori studi per capire se gli stessi meccanismi siano presenti anche nell’uomo. Tuttavia, la scoperta rafforza l’idea che mantenere in salute il sistema immunitario possa avere effetti positivi anche sul cervello. In futuro, terapie mirate a ridurre l’attività delle cellule immunitarie “senescenti” potrebbero diventare una nuova strategia per rallentare il declino cognitivo legato all’età. Una prospettiva che potrebbe cambiare il modo in cui vengono affrontati l’invecchiamento cerebrale e le malattie neurodegenerative.