La domanda che mi sono fatta più spesso questa settimana è che cosa ti rende moderno, che cosa ti rende trasgressivo, che cosa ti rende comico. Ho tentato di rispondermi con qualcosa che non fosse: essere più vicino agli ottant’anni che ai cinquanta.

Nell’aprile di diciannove anni fa, quando la Hbo decide di dargli un premio, Jerry Seinfeld sta per compiere 53 anni. Ha l’unica caratteristica che serva per permettersi l’indipendenza intellettuale: è smisuratamente ricco. “Seinfeld” è finito da nove anni e – poiché è stato fatto in anni in cui esisteva la tv, esisteva il pubblico, esisteva il potere contrattuale – gli garantirà a vita introiti con cui i suoi pronipoti non avranno bisogno di lavorare.

In quegli anni non fa niente, se non cose da signore benestante che ogni tanto si annoia: doppia un cartone animato, fa un’apparizione in una serie di amici. Ha col lavoro il rapporto che una volta le mogli di ricchi avevano col burraco – solo che Jerry è la moglie ricca di sé stesso.

Appare sul palco di questo premio, e fa un discorso che ogni tanto rispunta fuori sui social. Dice che ai comici non servono i premi, perché i premi servono a trovare lavoro, e chiunque sia minimamente bravo a fare il comico è pieno di lavoro. E dice che come fa un comico, uno il cui lavoro è sbeffeggiare il prendersisulserismo di questi rituali, ad accettare un premio.