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L'attore aveva 74 anni. Personaggio in apparenza "laterale", fu simbolo di un'intera stagione
Ci sono personaggi, apparentemente laterali, che invece interpretano, in purezza, un periodo storico. Basta riguardare di sfuggita la loro faccia e ti immergi, per esempio, nel pieno degli anni '80. "Ciao Maurino... Quante risate, quante scene insieme, quanta vita condivisa sul set e fuori" ha scritto su Instagram ieri Jerry Calà alla notizia della morte di Mauro Di Francesco. Figlio di una sarta teatrale e di un direttore di palco, Mauro Di Francesco, nato a Milano il 17 maggio del 1951, aveva iniziato a recitare sin da ragazzino, nel 1966 nella compagnia di Giorgio Strehler accanto a Valentina Cortese e due anni dopo nello sceneggiato a puntate Rai La freccia nera.
Ma Maurino era altro, nelle sue vene scorreva la quintessenza di quella tipica milanesità con la sua comicità, mista a triste malinconia, che ride sulla follia. Ecco, la follia. Ecco il Derby Club mi raccomando, con la pronuncia con la "u" dove un mondo smandrappato di geni comici ha calcato il palcoscenico. Lì, a due passi all'Ippodromo di San Siro, nasce e cresce Maurino, tra musica e risate, tra un pubblico di cummenda e di malavitosi e proprio da lì si forma una factory, benedetta addirittura da Enzo Jannacci e Beppe Viola, che, alla fine degli anni '70, verrà battezzata come "Gruppo Repellente" con i terruncielli Diego Abatantuono e Giorgio Porcaro e poi Massimo Boldi, Giorgio Faletti, Ernst Thole (che faceva uno strepitoso omosessuale effeminato oggi forse non più possibile) e appunto Mauro Di Francesco che cuciva le eterogenee esuberanze comiche. Ma, alla fine, sempre al Derby, "la Scala del cabaret milanese" come dice bene Elio nel documentario C'era una volta il Derby Club di Marco Spagnoli, si tornava. Ecco che le generazioni di comici si contaminavano, con i padri, Cochi e Renato, e poi Massimo Boldi in un divertentissimo sketch insieme a Giorgio Faletti con la chitarra, Giorgio Porcaro e Maurino con i suoi folti capelli che viravano sul biondo e che richiamano un cambiamento antropologico già in atto. Sono infatti gli anni dei primi paninari a Milano, poi magistralmente interpretati a Drive In nel 1984 da un altro cabarettista apparentemente laterale ma "troooppo giusto" e "cucador" di "belle sfitinzie" come Enzo Braschi che, indossando Moncler fosforescenti, ingollava "paninazzi che smerigliano la gargarozza". Ovviamente c'era anche Guido Nicheli, il Dogui, che, ricordava Mauro Di Francesco, "faceva l'odontotecnico e vendeva whisky. Avevo aperto un locale a Milano, il Mangia e Ridi. Era sempre pieno. Il Dogui si presentava con il Neca il cane chiedeva un grosso bicchiere col ghiaccio, tornava in macchina, se lo riempiva di whisky e passava la serata senza spendere una lira".






