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Morto a 78 anni uno degli autori simbolo degli anni '80 e '90 e di una Bologna di sinistra, ma dallo humour leggero

Ha pubblicato quasi trenta libri ma la cosa per cui meglio ricorderemo Stefano Benni sarà probabilmente La Luisona, la leggendaria decana delle paste del Bar Sport, che "si trovava in bacheca dal 1959" e che "guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo". La Luisona è il racconto che apre il suo folgorante Bar Sport, esordio in volume per Mondadori del 1976, e che ben definisce i contorni della comicità irresistibile del Benni prima maniera: frizzante di imprevisti surreali, scoppiettante di invenzioni linguistiche, satirica verso l'Italia e i suoi luoghi comuni, le sue macchiette, i suoi matti, i suoi fissati, i suoi esperti di ogni possibile disciplina, ma allo stesso tempo affettuosa e innamorata della sua gente.

Nato a Bologna nel 1947, cresciuto sulle montagne dell'Appennino, chi ha avuto occasione di vedere Benni in una presentazione in libreria, oppure a teatro, o semplicemente in tv, ne ricorda l'understatement, la nonchalance da maestro di scrittura suo malgrado, l'ironia corrosiva ma gentile, i grandi cappotti oversize e la capigliatura leonina, benché il suo soprannome non avesse nulla a che fare con il re dei felini: lo chiamavano piuttosto Il lupo, in virtù del suo amore per la vita solitaria e della sua abitudine o così si racconta di girare di notte ululando insieme ai suoi molti cani.