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Non era un innovatore radicale, non era un rivoluzionario dello schermo, eppure è stato il volto più persistente della televisione italiana

Quando Umberto Eco scrisse che Mike Bongiorno era l'"everyman", l'uomo qualunque, quello che rappresentava l'italiano medio in cui tutti potevano riconoscersi, non intendeva certo offenderlo, piuttosto celebrarne la forza archetipica. Pippo Baudo invece era un'altra cosa: non l'uomo qualunque, ma l'uomo qualunque anche esteticamente in versione democristiana, con il nodo della cravatta sempre giusto, i capelli perfettini (finché c'erano, e anche quando iniziò a perderli), e senza l'ingenuità popolare di Mike.

Quell'eleganza normale è stata la sua forza per oltre mezzo secolo di televisione e ogni volta si presentava come se fosse naturale che ci fosse lui e non altri. Perfino quando la televisione cominciava a sfilacciarsi e a rincorrere modelli più aggressivi Pippo rimaneva lì, fedele alla sua linea di rigore gentile che non aveva bisogno di alzare la voce. In fondo era il perfetto riflesso di un'Italia un po' provinciale un po' no, che voleva sentirsi rispettabile senza essere aristocratica, popolare senza mai scivolare davvero nel trash.