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Leone ci appariva defilato, meno impulsivo del predecessore, per certi tratti più razionale e meno passionale

Si chiama Leone, ma fino a ieri non aveva mai sfoderato gli artigli. C'è voluto Donald Trump con la sua goaggine più maleducata che autoriferita per alarglieli. "Non ho paura di lui", è una sentenza che la dice lunga: il pontefice prende le misure all'imperatore del mondo, alla sua vanagloriosa arroganza, si sottrae a un confronto che seminerebbe solo zizzania e in definitiva aerma la sua libertà. È quel che i potenti molto spesso non hanno aerrato nello scontro bimillenario con la Chiesa e i suoi leader: il potere, quando si fa minaccioso e brutale, fa splendere la forza del messaggio cristiano che attraversa questo mondo, ma infine lo oltrepassa.

Leone ci appariva defilato, meno impulsivo del predecessore, per certi tratti più razionale e meno passionale. Ma questo non significava che si fosse adagiato sulle spalle il soce mantello del cappellano della prima potenza terrestre. Il Papa non è pro o contro Trump, semplicemente parla a tutti e a tutti ricorda la sacralità della vita e il valore della pace. Così quando il presidente, con la consueta spavalderia apocalittica, annunciava un possibile ritorno dell'Iran all'età della pietra, il Vaticano faceva presente che certe barriere sono insuperabili e insomma il dovere della verità va oltre le appartenenze. Oltre le logiche mondane, oltre la destra e la sinistra, oltre l'essere liberal o conservatore, oltre la carta d'identità argentina o americana. Leone si è sempre mostrato prudente, misurato, perfino cauto ma questo non significa che sia ossequioso, pavido o connivente con il linguaggio della forza.