C’è un misto di tensione, desiderio e sfinimento, nei giorni che precedono un grande evento che stai organizzando: è quella sensazione di inquietudine, di quando nel tuo cervello si sono accumulate talmente tante informazioni che non sai come potrai davvero processarle tutte.
La cosa peggiore è che sai che, quando si andrà in scena, tutta la programmazione minuziosa salterà comunque, perché la realtà è sempre molto più complessa e variabile della tua fantasia. Organizzare un evento è sapere per certo che al momento del live può succedere di tutto, e avere abbastanza capacità predittiva da sapere già come risolvere i problemi che ancora non sai di poter avere.
Ma ci sono due cose a cui proprio non mi abituerò mai, e che mi stupiscono sempre: una è quel fermento di quando le cose si incastrano una nell’altra, e finalmente – dopo mesi di preparazione – semplicemente accadono. I totem col programma, il count down sui social, le liste dei partecipanti, le consegne di materiale e attrezzatura al teatro. Quel puzzle che era solo un file Excel si compone magicamente e diventa reale, apparentemente senza una logica, ma in realtà grazie a un lavoro maniacale di preparazione e progettazione. La seconda è l’ora prima dell’inizio: è tutto pronto, è tutto bello, ci sono le hostess sorridenti, l’allestimento nuovo, i ragazzi con le brioche e il caffè pronti ad accogliervi. Ci sono i relatori che si microfonano, le prove volumi, le luci finalmente accese, le grafiche retropalco pronte nell’ordine corretto. Ci sono le liste con le iscrizioni, ci sono i gadget, le cartoline sulle sedie, e quell’entusiasmo di quando qualcosa che hai sognato a lungo finalmente si fa reale.








