Nel romanzo di John Steinbeck Uomini e topi, i topi sono vittime dell’irruenza (anche inconsapevole) degli umani e nel fumetto di Art Spiegelman i topi-ebrei sono perseguitati dai gatti-nazisti. Ma chissà come reagirebbe l’avvocato Lanzer di fronte ai topi che imperversano, con intenzioni tutt’altro che benevole, nella nostra attualità. Era il giovane avvocato Lanzer (almeno così si suppone) quello che Freud battezzò come l’Uomo dei Topi, afflitto da ossessioni persecutorie legate ai ratti e al cosiddetto supplizio anale.
Cosa direbbe Lanzer venendo a sapere che proprio quei roditori sarebbero all’origine dell’Hantavirus, ultimo spauracchio globale. E come reagirebbe davanti alle immagini degli eserciti di topi che, emersi dalle macerie e dai rifiuti, infestano Gaza, contaminando cibi e nottetempo mordendo adulti e bambini. Siccome il caso clinico freudiano risale a più di un secolo fa, certi romanzi erano di là da venire e l’Uomo dei Topi non avrebbe potuto rispecchiare la propria nevrosi in certe fantasie distopiche destinate a diventare capolavori della letteratura.
A cominciare da quella di George Orwell, che proprio mentre si trovava in Scozia a scrivere il suo romanzo più visionario, 1984, era tormentato dai topi che si agitavano nel granaio attiguo. Al punto che trasferì la sua stessa fobia al protagonista del libro, Winston Smith, che nella famosa stanza 101 cede alle torture solo quando viene minacciato da due grossi ratti di fogna. Per non dire di Albert Camus, al quale si deve, in apertura de La peste, l’invenzione di un’epidemia di topi emersi dal sottosuolo. E non poteva mancare il noto racconto in cui Dino Buzzati mette in scena il terrore vissuto in una villa allorché, tra inquietanti presagi, si scopre che la cantina è abitata da un orribile e inarrestabile brulichio di grossi topi che premono per uscire. Mai prendere sottogamba le distopie letterarie.












