Prima degli uomini muoiono i topi. Accade così. Prima che la città si renda conto di cosa sta accadendo, prima che i medici riempiano i registri, prima che i preti contino i funerali, prima che i mercanti abbassino le saracinesche dei fondachi, dal sottosuolo iniziano a uscire piccoli corpi scuri, irrigiditi, si avventurano nei vicoli, si infilano sotto i banchi del mercato, nelle corti interne dove l’acqua ristagna e il grano sa di muffa. Albert Camus lo ha raccontato con precisione nella Peste: Orano comincia a tremare quando i ratti emergono dalle cantine e muoiono alla luce, come se il sottosuolo consegnasse agli uomini il primo avviso della rovina.

Del resto il topo è il clandestino più fedele dell’umanità. Ha seguito l’uomo senza chiedergli niente nutrendosi dei suoi scarti, imparando le sue rotte, i suoi orari, le sue paure. Dove l’uomo accumulava, il topo arrivava. Dove il grano riempiva i magazzini, lui scavava gallerie. Dove le navi caricavano sacchi, anfore, stoffe, spezie, lui saliva a bordo. Nelle stive dei mercantili, tra corde umide, legno impregnato di sale e derrate destinate ai porti del Mediterraneo, l’animale si muoveva al riparo dagli occhi. Il vero innesco, dal punto di vista biologico, stava nella pulce infetta, capace di trasmettere Yersinia pestis, il batterio della peste, dai roditori all’uomo attraverso il morso. I topi furono vettori, serbatoi, compagni involontari di un meccanismo microscopico eppure più micidiale di qualunque esercito. La peste circola infatti tra roditori selvatici e pulci; l’essere umano entra nella catena quando viene punto da una pulce infetta o entra in contatto con animali contaminati.