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Scrittori tra la vita e la morte, tra la finzione e la realtà. Sono loro i grandi protagonisti dei due film di ieri concorrenti al 79° Festival di Cannes, due titoli di maestri del cinema contemporaneo, due Premi Oscar e tra i più attesi sulla Croisette: Asghar Farhadi e Pawel Pawlikowski. Entrambi con film “dislocati” dalla propria nazione, lingua e cultura: da una parte la Parigi contemporanea per il regista iraniano, dall’altra la Germania dell’immediato secondo dopoguerra per il cineasta polacco. Ed entrambe con una partecipazione italiana in produzione. Ma le “comunanze” finiscono qui, perché distanti sono i contenuti, la forma e gli esiti di Histoires Parallèles e di Fatherland.
Animato da cinque personaggi, il decimo lungometraggio di Farhadi, nonché il secondo girato e ambientato in Francia, mette al centro il rapporto contrastivo fra finzione e realtà, laddove la prima riesce a condizionare – addirittura a modificare – la seconda. Non nuovo nella filmografia e nell’universo creativo del pluripremiato autore, il tema è qui espresso da una scrittrice (Isabelle Huppert) avvezza a “spiare” un interno posto nell’edificio dirimpettaio, dove lavorano tre rumoristi: una giovane donna (Virginie Efira), il suo compagno titolare della società (Vincent Cassel) e il di lui fratello minore (Pierre Niney). Accade che un giovane ladruncolo migrante (la rivelazione Adam Bessa) trovi ospitalità dalla scrittrice. Quando questa inizia malvolentieri a buttare le proprie cose in vista di un trasloco, il giovane si impossessa dei suoi manoscritti e inizia, suo malgrado, a sostituirsi alla donna nell’azione di “spionaggio” dei tre, entrando direttamente nelle loro vite.











