La CIA punta a integrare l’intelligenza artificiale nelle piattaforme analitiche entro il 2030. Dalla sperimentazione di centinaia di progetti agli AI coworkers, emerge un nuovo modello di intelligence aumentata, tra vantaggio strategico, rischi cognitivi, governance, Humint e accountability democratica

Responsabile Settore Sistemi Informativi di Ateneo, Innovazione Tecnologica e Sicurezza Informatica. Responsabile per la Transizione Digitale di Ateneo e Referente di Ateneo per la Cybersicurezza Docente di Fondamenti di Cybersecurity al Dipartimento di Economia Aziendale

La notizia non è che la CIA voglia usare l’intelligenza artificiale. Quello, ormai, sarebbe quasi scontato. Il punto vero è un altro, come riportato da Politico: l’agenzia sta iniziando a innestare l’AI dentro una delle sue funzioni più delicate, cioè la produzione di analisi sulle intenzioni, le capacità e le mosse degli attori stranieri. Non si tratta più, dunque, di aggiungere un software a supporto degli analisti, ma di modificare progressivamente l’architettura stessa con cui l’intelligence americana raccoglie, ordina, interpreta e trasforma l’informazione in giudizio strategico.

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Uno degli aspetti più rilevanti della vicenda è il numero dei trecento progetti AI, che descrivono non certo una curiosità organizzativa, ma una sorta di processo di industrializzazione. Quando un’agenzia dichiara di avere sperimentato centinaia di “use case”, non sta più valutando se l’intelligenza artificiale sia utile o meno, ma sta selezionando quali funzioni debbano essere assorbite in modo strutturale, quali vadano scartate, quali richiedano ulteriori livelli di sicurezza, quali possano transitare da prototipi a capacità operative. La differenza è sostanziale. La fase esplorativa indaga sulle possibilità; la fase industriale cerca integrazione, scalabilità, interoperabilità, affidabilità e standardizzazione.