Il discorso si era interrotto con Afrodite nel 2019, oggi riprende con L’improbabile piena dell’Oreto e non sembra passato un minuto. Non sembra che per Dimartino nel mezzo ci sia una meravigliosa parentesi insieme al collega e amico Colapesce, una parentesi dentro la quale troviamo due ottimi Festival di Sanremo, due album di inediti acclamati da pubblico e critica e un film assolutamente delizioso. Forse normale a questo punto ritrovarlo in una dimensione intima, ridotta all’essenziale: chitarra, voce e poco altro, che poi sarà anche il modo in cui ha scelto, perlomeno inizialmente, di presentare l’opera dal vivo. E poi un fiume che scorre e le sensazioni che ne derivano, riportate in musica con una poetica altissima, da cantautore di razza.

In che momento della tua carriera ti coglie questo disco?

«Mi coglie in un momento, devo dire, di privilegio. Perché è un momento in cui mi sono potuto permettere di fare un disco che non aveva ambizioni da classifica o per riempire stadi o palasport. Un momento abbastanza creativo, sono molto contento di avere fatto un disco con questa tranquillità, con questa totale voglia di dire le cose intime in maniera semplice. Penso di avere fatto un disco che volevo fare, che non è scontato, perché mi è capitato spesso, anche da solista, di fare dei dischi e poi pentirmene subito. Questa volta ancora il pentimento non è arrivato.»