Ci eravamo lasciati così, con Lucio Corsi che all’Eurovision del 2025 aveva rappresentato, in sostanza, un cortocircuito: un cantautore di qualità, che addirittura aveva portato con sé una traduzione del testo di Volevo essere un duro (quanti testi, qui, valgono una traduzione?), che suonava uno strumento, l’armonica, sfidando le regole della competizione (e questo la dice lunga…), di fatto scontrandosi con l’estetica kitsch - tutta forma, e che forma, e pochissima sostanza - di ESC fino a passare, in quel contesto, come senza senso. Prima di lui, in ordine sparso, Mahmood e Blanco, Marco Mengoni, Angelina Mango, ovviamente i Måneskin. Insomma, l’Italia più contemporanea, quella che guarda al mondo, che si lascia dietro i soliti cliché pizza & mandolino e prova a percorrere altre strade, più raffinate. Poi? Poi è arrivato Sal Da Vinci.
È ancora presto per parlare di restaurazione della musica italiana, per quella, anche solo per capire se la vittoria del Festival possa aver creato un precedente, c’è da aspettare almeno le scelte del prossimo direttore artistico, Stefano De Martino. Una certezza, però, c’è: mentre noi abbiamo provato a stare al passo con i tempi, ESC è rimasto il solito carrozzone dove l’unica moneta di scambio è il trash e in cui i paesi partecipanti comunicano quasi solo attraverso stereotipi. Ebbene, lì in mezzo Per sempre sì è perfetta e si è visto già dopo la prima esibizione: ci sguazza, anzi, ne è la versione migliore, senza tradirsi. It’s a match!.










