“Il diritto al ritorno è più di un semplice principio giuridico. È la colonna portante della vera giustizia in Palestina. Incarna l’aspirazione alla libertà, all’autodeterminazione, alla vita. Il ritorno è sia concreto sia concettuale: ritorno alla terra stessa, ma anche a un senso di appartenenza, ai ricordi, ai legami familiari e comunitari e alla possibilità di vivere con dignità”.
Comincia così un documento pubblicato ad aprile e scritto da undici attivisti che si definiscono “ebrei e palestinesi antisionisti”. Fanno parte di un gruppo di studio e di lavoro organizzato da Zochrot, un’ong il cui nome in ebraico significa “ricordare” e dal 2002 s’impegna per far conoscere la Nakba nella società israeliana, promuovere il ritorno dei palestinesi alle loro terre e immaginare un futuro condiviso e giusto per tutte e tutti.
Il 15 maggio i palestinesi ricordano la Nakba, che in arabo significa “catastrofe” e si riferisce alla cacciata di circa 700mila palestinesi dalle loro case e dalle loro terre in seguito alla nascita di Israele nel 1948. Da allora Israele impedisce ai rifugiati e ai loro discendenti, che oggi si stima siano sei milioni sparsi in tutto il mondo, di tornare in quelle terre, su molte delle quali nel frattempo sono state costruite città, strade e aree naturali che fanno parte dello stato di Israele.







