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Lo chef, reduce da tante esperienze francesi e dalle stelle conquistate a Roma, è ora alla guida del Velvet, un locale di Bordighera, nel quale rifugge dalla ritualità e dalle costruzioni monumentali puntando sull’immediatezza e su un menu che segue la stagione e soprattutto l’istinto del momento, con piatti che entrano ed escono rapidamente dalla carta

C’è un punto della carriera di uno chef in cui il curriculum smette di bastare. Le stelle, i grandi maestri, i passaggi nei ristoranti che contano restano sullo sfondo, mentre prende forma qualcosa di più personale: un linguaggio, un modo di stare in cucina, perfino una postura nei confronti della gastronomia. È da qui che bisogna partire per leggere oggi il percorso di Massimo Viglietti, chef ligure con piglio punk, approdato a Bordighera con il Velvet, progetto che sembra chiudere un cerchio iniziato molti anni fa ad Alassio.

La sua formazione affonda infatti nelle cucine del Palma, storico ristorante di famiglia e tra i primi due stelle Michelin della Riviera ligure di Ponente. Ma il percorso di Viglietti si allontana presto dalla provincia. La Francia rappresenta il primo vero spartiacque: gli incontri con Paul Bocuse, Louis Outhier e Roger Vergé diventano passaggi decisivi di una formazione costruita più sull’assorbimento di idee che sull’imitazione dei maestri.