Stick pack rosa, sei grammi, sapore lampone. Si versa nell’acqua tiepida la mattina a digiuno, magari assieme al caffè. Sulla confezione, ventotto giorni di trattamento e una donna che sorride: l’assunzione di collagene è diventata un rituale per milioni di persone, anche in Italia, dove in farmacia il vecchio scaffale degli integratori somiglia più a una boutique di skin care coreana. Il formato in bustina convive con il barattolo da mezzo chilo, molto amato da chi del collagene ha fatto un protocollo insostituibile. Quello che si compra è sempre la stessa cosa: invecchiare meglio bevendo qualcosa.
Pelle e performance
Dieci anni fa il collagene si associava ai brodi di ossa e alla gelatina dei dolci industriali. Faceva ancora parte del vocabolario della cucina, più che della farmacia. Oggi è un mercato globale tra i tre e i sei miliardi di dollari l’anno, in crescita stabile, con il Nord America in testa e l’Asia in espansione rapida. A tirarlo sono due clientele molto diverse che hanno scoperto la stessa molecola: la beauty industry, che lo vende come cosmetico orale per pelle e capelli, e il mondo anti-aging, che lo dosa come strumento per articolazioni e tessuti connettivi.
Le confezioni del mondo beauty mostrano donne tra i trenta e i cinquanta anni che sorridono con i capelli spettinati. Le promesse esplicite – pelle più tesa, capelli più fitti, unghie più forti – sono però vietate in Europa: l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha respinto due volte le richieste di indicazioni salutistiche sul collagene, nel 2011 sulle articolazioni e nel 2013 sulla pelle. La sola scappatoia legale è relativa alla vitamina C, che ha un’indicazione approvata poiché contribuisce alla corretta sintesi di collagene e all’integrità cutanea. Ed è il motivo per cui ogni prodotto la contiene.









