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Le crisi economiche vengono spesso raccontate come eventi improvvisi, quasi imprevedibili: un fallimento bancario, uno shock globale, un crollo della fiducia. Eppure, guardando alla storia recente, dalla crisi finanziaria del 2008 alle turbolenze più vicine, emerge un elemento ricorrente: i momenti di maggiore instabilità sono quasi sempre preceduti da fasi di forte espansione.
Questa sequenza solleva una domanda fondamentale. Se le crisi fossero davvero causate solo da shock esterni, perché tendono a verificarsi proprio dopo periodi di crescita sostenuta? Una possibile risposta è che la fragilità non arrivi dall’esterno, ma si costruisca lentamente dall’interno del sistema economico, alimentata dal comportamento degli stessi operatori.
È su questa intuizione che si basa il lavoro di Nicola Gennaioli (Università Bocconi, Dipartimento di Finanza, Igier) insieme a Pedro Bordalo (University of Oxford), Andrei Shleifer (Harvard University) e Stephen Terry (University of Michigan). Il loro studio introduce l’idea che le aspettative degli agenti economici non siano perfettamente razionali, ma tendano a reagire in modo eccessivo alle informazioni più recenti.
Questo meccanismo, definito ‘aspettative diagnostiche’, porta individui e investitori a sovrastimare la probabilità che le condizioni attuali, soprattutto se positive, persistano nel futuro. In altre parole, quando l’economia va bene, si tende a credere che continuerà ad andare bene. Secondo Nicola Gennaioli, infatti, “i periodi prosperi generano fragilità economica e finanziaria, preannunciando future delusioni delle aspettative, bassi rendimenti obbligazionari e cali degli investimenti”.






