Il 26 aprile 1986, l'esplosione del reattore 4 della centrale di Chernobyl ha segnato la storia, stampando nell’immaginario collettivo l’orrore dei disastri atomici, e influenzando la salute di migliaia, se non milioni, di persone. L’incidente ha infatti rilasciato un’enorme nube radioattiva contenente quantità massicce di radionuclidi (elementi radioattivi come lo iodio-131 e il cesio-137), contaminando vaste aree d'Europa e costringendo all'evacuazione migliaia di persone. Oggi, a quarant’anni di distanza, il bilancio sanitario del disastro di Chernobyl non è ancora stato chiarito definitivamente: rimane un campo di studio più che mai vivo, in cui è importante distinguere tra i rischi reali accertati e le percezioni pubbliche, spesso distorte dal timore della radiazione.Le conseguenze accertateNelle settimane successive all'esplosione, l'effetto più drammatico ed eclatante dell’incidente sono state le sindromi acute da radiazioni, che hanno colpito il personale della centrale e i soccorritori (i cosiddetti "liquidatori"), causando una trentina di decessi, tragici e rapidissimi, causati dall’esposizione a dosi massicce di radiazioni ionizzanti. L'effetto più significativo e consolidato nel lungo periodo (e anche il più discusso) riguarda però i tumori, principalmente neoplasie a danno della tiroide, insorti negli anni seguenti tra coloro che erano bambini o adolescenti al momento del disastro. Come riportato dall'Istituto superiore di sanità, l'assunzione di iodio-131 attraverso latte e alimenti contaminati ha causato un incremento marcato del cancro alla tiroide, con circa 5mila diagnosi accertate nei paesi più colpiti, Ucraina, Russia e Bielorussia.Fortunatamente, sebbene l'incidenza sia aumentata, il tasso di sopravvivenza per questi pazienti è rimasto molto elevato grazie a diagnosi precoci e trattamenti efficaci. Al di fuori di questa specifica patologia, e di un lieve aumento nell’incidenza delle leucemie, gli studi su larga scala condotti dalle agenzie internazionali non hanno mostrato un aumento generalizzato di altri tipi di cancro o malattie ereditarie che possa essere attribuito con certezza alle radiazioni di fondo rilasciate dal disastro.Effetti ereditabili?Un altro tema estremamente discusso è la possibilità che le mutazioni genetiche indotte dalle radiazioni possano essere trasmesse alle generazioni successive, aumentando magari il rischio di sviluppare qualche patologia. Una risposta tranquillizzante, in tal senso, arriva da uno studio pubblicato su Science nel 2021 dai ricercatori del National cancer institute, che ha sequenziato l’intero genoma di 105 triadi formate da madre/padre che abitavano entro 70 chilometri dalla centrale all’epoca del disastro o che hanno partecipato alle prime operazioni di bonifica della zona, e dai loro figli.Studiando l’intero nucleo familiare, i ricercatori hanno potuto registrare il tasso di mutazioni de novo presenti nel genoma della prole, cioè le mutazioni non ereditarie che appaiono per la prima volta nel Dna dell’embrione, e che comportano un altissimo rischio per la salute, trattandosi di novità genetiche mai passate per il setaccio della selezione naturale. I ricercatori sono riusciti anche a ricostruire i livelli di esposizione alle radiazioni delle gonadi di entrambi i genitori, ottenendo così risultati affidabili anche in termini di quantità di rischio in proporzione alla quantità di radiazioni ricevute.Il tasso di mutazioni de novo che si registra nella nostra specie è estremamente basso, pari a 0,00000001 per singolo nucleotide per sito in ogni generazione (ogni lettera di ogni gene presenta 0,00000001 mutazioni nuove in ogni nuova generazione). E nei bambini dei sopravvissuti all’incidente di Chernobyl la situazione è risultata esattamente la stessa, a dimostrare che anche dosi relativamente alte di radiazioni non sembrano rappresentare un rischio per le successive generazioni.Nuove evidenze e rischi cardiovascolariDi segno opposto, invece, i risultati di una ricerca più recente, pubblicata lo scorso anno su Scientific Reports. Lo studio ha esaminato la possibilità che le radiazioni ionizzanti assorbite dai padri possano trasmettere alterazioni genetiche ai figli, focalizzandosi sui liquidatori di Chernobyl. I ricercatori dell'Università di Bonn hanno sequenziato i genomi di 130 figli di sopravvissuti al disastro, confrontandoli con gruppi di controllo non esposti, per identificare mutazioni uniche legate all'esposizione paterna alle radiazioni ionizzanti.L'analisi ha rivelato una “firma mutazionale transgenerazionale” specifica, ovvero un pattern di mutazioni che compaiono con frequenza anomala nel Dna di persone nate da padri esposti alle radiazioni, che risultano simili a quelle osservate in modelli animali e sopravvissuti di Hiroshima. La buona notizia, però, è che queste mutazioni non sembrano tradursi in un rischio concreto per la salute. La maggior parte dei cluster si trova nel Dna non codificante — quella porzione del genoma che non produce direttamente proteine — e la probabilità che una di queste alterazioni inneschi una malattia è stimata come minima. Gli stessi ricercatori sottolineano che l'età paterna al concepimento resta un fattore di rischio più rilevante rispetto all'esposizione alle radiazioni esaminata. È la prima volta che un legame transgenerazionale viene dimostrato con questa chiarezza, ma il messaggio finale è più rassicurante che allarmante.Lo studio italianoLo scorso anno è uscita anche una ricerca che ha analizzato l'impatto a lungo termine dell'esposizione a basse dosi di radiazioni dovute al disastro di Chernobyl sulla popolazione italiana, incrociando i dati del fallout radioattivo del 1986 con i registri amministrativi delle ospedalizzazioni e dei certificati di nascita dei comuni italiani più colpiti. I risultati indicherebbero che le donne esposte durante la fase prenatale (in utero) o nei primi tre anni di vita presentano oggi un rischio statisticamente maggiore di sviluppare disturbi alla tiroide, tumori (specialmente leucemie) e complicazioni riproduttive, come aborti spontanei e nati morti. Questa vulnerabilità non è stata riscontrata in chi, all'epoca dell'incidente, era già in età scolare, confermando l'esistenza di “finestre critiche” dello sviluppo in cui l'organismo è estremamente sensibile agli agenti ambientali.Oltre al dato biologico, la ricerca evidenzia come il comportamento umano e il contesto socio-economico abbiano influenzato l'entità del danno sanitario. Gli effetti più gravi sono stati osservati nei comuni a bassa scolarizzazione e in quelli con un'alta percentuale di occupati in agricoltura, dove i costi per conformarsi alle restrizioni alimentari (come il divieto di consumare latte o verdure locali) erano più elevati e, probabilmente, la consapevolezza del rischio minore.
Le conseguenze del disastro di Chernobyl sulla popolazione e l'impatto genetico, tra effetti accertati e nuove evidenze
A quattro decenni dall’incidente, la ricerca scientifica continua il suo monitoraggio e il bilancio sanitario non è stato ancora chiarito del tutto












