26 Aprile 1986. Il mondo si ferma. Ed anche la scienza si interroga per comprendere gli effetti delle irradiazioni subite dalla popolazione residente nei territori tra Russia, Bielorussia e Ucraina, colpiti dal fallout atomico. Oggi, a distanza di quattro decadi da un evento che ha segnato il pianeta, Sotto la lente d’ingrandimento degli esperti c’è come allora, quando si parla di radiazioni, la tiroide. Il motivo? La ghiandola rappresenta il solo organo dell’organismo umano in grado di captare ed assorbire lo iodio, ma senza essere capace di riconoscere lo iodio radioattivo e quindi nocivo da quello “normale”. Per questo l’attenzione sulla tiroide è ancora alta, anche se ora si può parlare di una sostanziale tranquillità sul tema considerando tutte le evidenze emerse, come ricorda un recente documento degli esperti dell’Associazione Medici Endocrinologi (AME).
Tiroide, cosa accade se il sistema immunitario la attacca: come nasce l’ipotiroidismo
Le prime osservazioni a distanza sui piccoli
All’inizio del terzo millennio, una grande esperta di oncologia pediatrica come Luisa Massimo, che ha creato il reparto dedicato all’oncoematologia infantile ed adolescenziale dell’Ospedale Gaslini di Genova, ricordava come tutte le ricerche fossero concordi nell'affermare che solo lo Iodio radioattivo (con emivita di tre giorni) presentava valori elevati, pericolosi per l'uomo, dopo l’evento acuto. Le dosi delle altre sostanze radioattive, quali carbonio e cesio, risultavano troppo basse per indurre malattie. A distanza di 15 anni dal disastro di Chernobyl, l’esperta aveva tratto alcune conclusioni. In primo luogo i bambini che vivevano nelle aree interessate dal fallout nucleare risultavano colpiti dal tumore della tiroide con una frequenza nettamente superiore a quella attesa. Il numero dei casi di tumore tiroideo diagnosticati tra il 1986 e il 2005 nella popolazione delle regioni interessate avente età compresa all’epoca dell’incidente nucleare tra 0 a 18 anni risulta pressoché decuplicato, mostrando una correlazione inversa rispetto all'età, ossia la frequenza dei tumori è risultata tanto più elevata quanto minore era l’età dei bambini esposti.






