Nell’estate del 2025 a preoccupare i virologi, molti dei quali invocarono una lotta senza quartiere contro l’insetto veicolo dell’agente patogeno, come ai tempi della guerra alla malaria, pungolando la politica perché provvedesse agli stanziamenti necessari, furono le infezioni provocate dal virus del West Nile (“Nilo Occidentale”), trasmesse principalmente dalla “zanzara comune” (Culex pipiens).
Una febbre debitrice, quanto al nome – non il fiume più lungo del mondo bensì il Nilo Bianco, il suo maggior affluente insieme al Nilo Azzurro –, alla regione nord-occidentale dell’Uganda in cui il virus, nel lontano 1937, era stato isolato per la prima volta.
Da una febbre all’altra, da un animale all’altro, da un luogo all’altro. Anche l’Hantavirus, parola originata dall’unione di un primo elemento formativo (Hanta-) col termine che gli è stato per l’occasione agganciato (virus, dall’identica parola latina per dire ‘umore’, ‘succo’, veleno’, ecc.), sul modello di altri composti (antivirus, coronavirus, retrovirus, ecc.), deve il suo nome al luogo iniziale dell’isolamento (1977) dell’organismo patogeno: il fiume Hantaan, un piccolo corso d’acqua che scorre nella penisola coreana, quasi al confine tra le due Coree.












