"Avevo sentito dalla moglie di un detenuto dire che l'isolamento in cella è come stare in una tomba.
Un altro prigioniero l'aveva paragonato invece alla sensazione di essere sommersi in acqua ghiacciata. Per me, è come essere una bambina intrappolata nelle grinfie di un mostro". A parlare così, in un passaggio di memorie personali e al momento inedite - dovrebbero essere pubblicate il prossimo settembre - è Narges Mohammadi, attivista iraniana premiata con il Nobel per la pace nel 2023 e attualmente detenuta nel suo Paese, dove, secondo le ultime informazioni disponibili, a inizio maggio è stata trasferita d'urgenza dal carcere a un ospedale del nord-ovest in condizioni di salute molto delicate.
Lo stralcio di questi scritti è stato anticipato in esclusiva dal Guardian, secondo cui si tratta di memorie raccolte nell'ultimo decennio e trapelate clandestinamente dalla prigione, volte a denunciare la lunga serie di "torture" e altri metodi punitivi fortemente abusivi subiti da parte del sistema repressivo di Teheran, particolarmente severo nei suoi confronti. Una situazione in cui, spiega l'attivista, "persino un semplice controllo medico diventa un calvario", per via di un "livello di controllo" da parte di "agenzie di sicurezza e giudiziarie" così "estremo" da essere riconosciuto come eccessivo in segreto "anche dagli stessi funzionari del carcere".












