Per oltre due decenni Narges Mohammadi è stata un faro a sostegno delle iraniane, denunciando le violenze e le crudeltà del regime.
Un attivismo riconosciuto con il Premio Nobel per la Pace nel 2023 per la sua lotta contro la pena capitale e i rigidi codici di abbigliamento imposti alle donne dai Pasdaran. Poi l'arresto il 12 dicembre a Mashhad nell'est dell'Iran per aver criticato le autorità religiose durante una cerimonia funebre. Condannata a febbraio a ulteriori sei anni di carcere per aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e a un anno e mezzo per propaganda contro il sistema islamico iraniano, Mohammadi è stata quindi trasferita in carcere e le è stato consentito solo un contatto estremamente limitato con la sua famiglia.
Ma le inferriate del carcere non hanno interrotto il suo canto libero, che ha accompagnato le proteste studentesche e non solo, anche grazie alla sua fondazione e alle persone a lei più vicine, che le hanno fatto da cassa di risonanza. Da tempo i suoi familiari parlano di un quadro clinico preoccupante per l'attivista, ma oggi hanno denunciato un totale peggioramento delle sue condizioni fisiche caratterizzato in particolare da "due episodi di perdita totale di coscienza e un attacco cardiaco", al punto che Mohammadi, 54enne, è stata trasferita dal carcere di Zanjan, nel nord del Paese, ad un ospedale della regione. La sua famiglia, citata nel comunicato della sua fondazione, ha deplorato questa "misura disperata e presa all'ultimo minuto, che potrebbe arrivare troppo tardi" dopo 140 giorni di detenzione e che "costituisce una minaccia diretta e immediata al suo diritto alla vita".








