Solo la scorsa settimana era stata trovata sulla sua branda "priva di sensi, con gli occhi rovesciati all'indietro".
Una crisi che è durata più di un'ora, e nonostante tutto lasciasse immaginare un attacco cardiaco nessuno l'ha portata in ospedale. Solo qualche accorgimento medico, si immagina blando, nell'ambulatorio della prigione, per Narges Mohammadi, la premio Nobel iraniana per la pace detenuta dallo scorso dicembre nelle carceri del regime. Oggi, secondo i sostenitori che sono riusciti a incontrarla domenica scorsa, l'attivista sarebbe in condizioni gravissime. La sua stessa vita sarebbe in pericolo. Mohammadi, 53 anni, ha vinto il Nobel nel 2023 dopo oltre vent'anni di impegno per i diritti dei cittadini del suo Paese, in particolare le donne. Lo scorso 12 dicembre era stata arrestata nella città orientale di Mashhad dopo aver criticato le autorità clericali iraniane durante una cerimonia funebre.
Poi, a febbraio, il trasferimento nel carcere di Zanjan, nel nord dell'Iran. Pochissimi contatti con la famiglia e i suoi sostenitori. Con la guerra lanciata da Usa e Iran le preoccupazioni per l'attivista sono persino aumentate. Dal carcere si possono udire i bombardamenti e le massicce esplosioni nelle vicinanze, aggravando il suo "grave stress" ha fatto sapere il suo team legale, che accompagnato da un familiare, ha ottenuto il permesso di farle visita "sotto stretta sorveglianza". Mohammadi è arrivata nella sala colloqui accompagnata da un'infermiera, pallida, debole, visibilmente dimagrita: "Le sue condizioni di salute generali erano estremamente precarie". Il 24 marzo l'episodio dell'"emergenza medica e i chiari segni di un attacco cardiaco".









