Morto nella sua Milano a 92 anni, dei quali 43 trascorsi nel Pci cui si era iscritto a 15 nel 1948 entrando nella sezione Gramsci con l’amico Paolo Santi, come ha ricordato l’ancor più amico, credo, Paolo Franchi sul Corriere della Sera, Gianni Cervetti non si è portato molti segreti nella tomba. Gli ultimi di cui ha voluto liberarsi li ha scritti in un libro che uscirà fra qualche mese per le edizioni della Nave di Teseo, forse col titolo da lui stesso suggerito di un’educazione o avventura milanese.
Mandato dal partito a studiare e a laurearsi a Mosca in economia, Cervetti conobbe come pochi i rapporti del Pci con Mosca e i finanziamenti ricevuti sino a poco più della metà degli anni Settanta: il famoso “oro” del titolo di un suo libro uscito nel 1993, quando il Pci aveva già smesso di chiamarsi così per proseguire in altre edizioni e con altri nomi. Li aveva conosciuti e vissuti quei rapporti così tanto e così bene che quando il segretario comunista Enrico Berlinguer decise di rinunciarvi per affrancarsene fu proprio a Cervetti che affidò la pratica, espletata con una diligenza e una discrezione tutta milanese.
Di Enrico Berlinguer, finita l’esperienza della cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc appoggiandone dall’esterno due governi monocolori, Cervetti cercò di essere anche un buon consigliere politico, oltre che responsabile dell’organizzazione del partito. Bobo Craxi ha appena ricordato sul Riformista il derby Milan-Inter dell’autunno del 1979 del quale il pur juventino Berlinguer fu ospite, in tribuna, del padre Bettino per poi incontrarlo e discutere di politica, non di calcio, in una località riservata scelta e prenotata da Carlo Tognoli per conto del Psi e da Cervetti per conto del Pci. «Ricordo ancora i volti di Tognoli e Cervetti all’uscita della riunione», ha raccontato il figlio di Craxi precisando: «Avevano un’espressione divertita, quasi sorniona. Il colloquio durò poco, ma abbastanza da rendere memorabile quella domenica pomeriggio». Durarono poco però anche gli effetti. Berlinguer finì influenzato nel giro di qualche mese più dall’antisocialismo del suo portavoce, e non solo, Tonino Tatò, e dei suoi bigliettini quotidiani, che dal filosocialismo ambrosiano, o rifiuto di Cervetti dell’antisocialismo.







