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Ultimo aggiornamento: 10:27

di Fabio Ciracì e Alessandro Cannavale

Il centenario della morte di Piero Gobetti (1901–1926) arriva in una stagione di mutazioni profonde del lessico pubblico e dell’orizzonte civile. Proprio per questo, ricordarlo non può ridursi a un rito: Gobetti non è solo un “martire del fascismo” (pur essendolo), ma un intellettuale che ha lasciato una diagnosi severa dell’Italia e un programma politico-morale che ha ancora una sua forza: la “rivoluzione liberale”.

Per Gobetti il liberalismo non è la dottrina dell’equilibrio, né una semplice tecnica di governo. È, piuttosto, un principio di formazione del cittadino ed un metodo di analisi storico-politica. La libertà non è una condizione assunta, ma una conquista: disciplina, responsabilità, capacità di reggere il conflitto dentro forme pubbliche, producendo istituzioni e caratteri all’altezza della vita civile. In questo senso, la libertà non vive in astratto, ma esiste solo dentro condizioni sociali e politiche concrete. È anche per questo che il liberalismo gobettiano sembra dialogare, per sensibilità e tensione, con le future elaborazioni del socialismo liberale dei Rosselli e del liberal-socialismo di Calogero: la libertà, se vuole essere reale, deve fare i conti con la giustizia e con le disuguaglianze che la rendono sterile.