L’intervento militare americano -israeliano in Iran era probabilmente inevitabile: lasciare che uno stato che uccide decine di migliaia di suoi giovani impegnati a chiedere libertà, si dotasse di una bomba atomica avrebbe fatto saltare tutti gli equilibri in Medio Oriente come si comprende anche dal patto siglato da sauditi e pakistani per una deterrenza atomica contro Teheran. D’altra parte democrazie europee come Francia, Italia e Spagna alla vigilia di un voto incerto nel 2027, una Germania spaventata dal fatto che a settembre i conservatori radicali dell’AfD conquistino la Sassonia-Anhalt, e un governo laburista massacrato dai voti locali, difficilmente avrebbero potuto non prendere le distanze da una scelta unilaterale di Washington che metteva in grave difficoltà le loro economie e quindi le loro opinioni pubbliche. Ora il problema principale, però, è ragionare non solo o non tanto sulle responsabilità più o meno oggettive della crisi che stiamo vivendo, quanto sulle possibili vie di uscita. Al momento la tendenza principale è quella della frammentazione: turchi e pakistani aiutano ad affrontare le trattative ma insieme cercano di raggiungere risultati concreti a proprio vantaggio che per Ankara è isolare Benjamin Netanyahu, mentre per Islamabad uno degli obiettivi fondamentali è contenere Nuova Delhi, e in ciò trovano una sponda in Pechino che da una parte arma i pasdaran e dall’altra cerca di rassicurare Riyad.