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7 MAGGIO 2026
Ultimo aggiornamento: 20:14
Tempo scaduto, l’Italia è ufficialmente in ritardo nel recepimento della direttiva Ue contro le querele temerarie. Non solo la proposta del governo si limita a recepire le indicazioni sui soli casi transfrontalieri senza prevedere ulteriori protezioni, ma neppure viene rispettato il termine dei due anni richiesto dall’Unione europea. La cosiddetta legge Daphne, in memoria della giornalista d’inchiesta Daphne Caruana Galizia al momento viene ignorata dalle istituzioni italiane. Per questo CASE Italia – gruppo di lavoro di 17 organizzazioni della società civile (da Osservatorio Balcani Caucaso a The Godd Lobby e Amnesty International) – ha scritto una lettera aperta al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al viceministro Francesco Paolo Sisto: “Una trasposizione tardiva e minimale”, si legge nel documento, “compromette l’efficacia stessa della Direttiva. In assenza di un intervento ambizioso e completo, la sua attuazione potrebbe ridursi a un adempimento formale privo di impatto reale”.
In Italia, nonostante quanto dichiarato dalla stessa presidente del Consiglio nei mesi scorsi, non esiste una legislazione che tutela i cittadini dalle azioni legali contro la partecipazione pubblica, quelle che in inglese vengono chiamate con l’acronimo di SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Una lacuna molto grande se si pensa che, proprio il nostro Paese, per il secondo anno consecutivo è stato quello con più querele bavaglio recensite dalla coalizione CASE: 26 i casi segnalati nel 2023 e 21 nel 2024. Dati analoghi da quelli raccolti dal consorzio Media Freedom Rapid Response (MFRR) restituiscono un quadro analogo: nei sei anni di monitoraggio sono state registrate 112 allerte legali in Italia, di cui il 33% per diffamazione, il 28,6% sotto forma di minaccia di azione legale e il 13,4% in sede civile. Nel 44,6% dei casi le iniziative risultano promosse da attori politici. Ed è in questo contesto che l’esecutivo ha comunque deciso di non estendere le tutele previste dalla direttiva Ue – limitata ai casi transfrontalieri – anche ai casi italiani, al contrario di quanto suggerito e sollecitato da due raccomandazioni della commissione Ue (2022) e del Consiglio d’Europa (2024).






