C’è il rischio di sentirsi un re. Quasi un imperatore. E i fatti sono lì a confermarlo. Le imprese di Kimi Antonelli meritano il confronto solo con i campioni più grandi e sarebbe lecito per il ragazzo sentirsi più che un predestinato. D’altra parte, quando concretizzi prestazioni che non hanno mai realizzato neanche Hamilton e Verstappen, e si devono scomodare leggende come Senna e Schumacher per fare paragoni, il rischio di montarsi la testa è dietro l’angolo. Per quanto riguarda gli italiani per trovare qualcosa di simile a Kimi bisogna tornare indietro di tre quarti di secolo: il Mondiale di F1 era appena nato e la Ferrari pure e certe scorribande autoritarie le disegnava Alberto Ascari in sella al giovane Cavallino, l’unico driver tricolore capace di laurearsi campione del mondo.
Il bolognese, però, non sembra correre neanche questo rischio. Prima papà Marco, pilota di razza che non ha avuto modo di esternare il suo valore, e poi Toto Wolff, il super manager che è anche il team principal più vincente di tutti i tempi, hanno allenato Andrea anche da questo punto di vista. La cosa fondamentale nel motorsport è avere i piedi ben piantati a terra, infilare un obiettivo dietro l’altro come fossero mattoncini e non dar mai per sconfitti i rivali. Kimi, anche in questo, è bravino. Mai una dichiarazione sopra le righe, mai un atteggiamento strafottente.










