Parliamoci chiaro, non c’è nessuno più adatto di Kimi Antonelli per accompagnare la Formula 1 nel futuro, che intanto è già il presente. La sua è la faccia migliore da prestare al Circus, quella di un 19enne italiano mezzo bambino e mezzo uomo, velocissimo e spensierato, ora che l’era di Lewis Hamilton è prossima al tramonto e Max Verstappen, che comunque mai è stato un mostro di espansività social né di comunicazione, si avvicina alla trentina, per di più tra un mugugno e l’altro. La faccia di un super talento, ovviamente e prima di tutto. Vorremmo definirlo campione perché tre vittorie consecutive dopo altrettante pole qualcosa vorranno pur dire.
Tanto per cominciare, a un pilota italiano una serie simile non riusciva da 73 anni, da quando Alberto Ascari vinse sette volte di fila tra 1952 e 1953. In ogni caso proviamo a resistere alla tentazione, è piena la pista – come la vita - di campioni o predestinati battezzati dopo un paio di gare, però il trionfo di Miami («Dedicato ad Alex Zanardi») che lo lancia ancor più in fuga è un messaggio, una candidatura. Cento, come i punti in classifica, e lode. Questa volta ha vinto Antonelli, non ci sono altre spiegazioni dietro un successo limpido come i suoi occhi che brillano di felicità sul podio, «già concentrati sulla prossima gara», annota Stefano Domenicali, il boss della F1.










