Caro direttore, in questi giorni lo stiamo vedendo con il neo campione di Formula uno Kimi Antonelli, a 19 anni e mezzo, è un campione prodigio. Il problema sta nel fatto che la Ferrari non lo voleva perché troppo giovane o altro, e non entro nel merito. La Germania invece se lo è allevato già all'età di 11 anni. La Germania valorizza i giovani talenti e cervelli, come in altri Paesi evoluti, l'Italia ha ancora una mentalità retrograde, che non investe nella ricerca ed innovazione. Lo vediamo anche nel campo universitario, dai tanti promettenti neolaureati fuggire all'estero per completare il famoso dottorato di ricerca.
Francesco Pingitore
Belluno
Caro lettore, la storia di Kimi Antonelli fa innanzitutto giustizia di tanti luoghi comuni sui nostri ragazzi: viziati, insicuri, restii ad abbandonare il rassicurante nido familiare, poco disponibili a fare sacrifici per emergere. Antonelli, che dall'età di 11 anni ha lasciato casa ed è entrato nel vivaio dei futuri piloti Mercedes, dimostra che esiste anche un'altra gioventù. Propositiva, determinata e pronta a mettersi in gioco. Nel contempo la straordinaria parabola di questo talento della Formula Uno capace di vincere un Gran Premio poco più che maggiorenne, ci fa riflettere sulle difficoltà che incontrano invece tanti giovani in Italia ad affermarsi e a trovare un loro ruolo. Nello sport certamente, ma non solo. Perché succede? Le ragioni sono diverse.














