C’è un’Italia che vince. Domina. Fa la differenza. E non soltanto per i risultati sportivi, ma per quella carica di simpatia ed empaticità che l’essere italiani spesso sprigiona. Il ragazzino Kimi Antonelli, con un balzo, si è arrampicato sul tetto del mondo e, in questi giorni, è chiamato a guardare tutti dall’alto in basso. Anche i suoi idoli, compagni di banco decisamente più esperti e maturi che magari erano campioni del mondo quando lui era ancora in fasce. O, forse, non era ancora nato. Sono la favole della vita che, a volte, sgorgano spontanee. Il fenomeno bolognese è il nuovo imperatore della velocità. Una carica da uomini veri, anche un po’ rudi, che affrontano la quotidianità con coraggio smisurato, senza avere mai paura, nemmeno a 350 all’ora.
Eppure, incontrandolo fuori dal suo mondo, Kimi sembra un ragazzo che ha appena posato i suoi giocattoli. Lo sguardo dolce non incute timore, il sorriso è pieno di adolescente freschezza. Un’impressione che sicuramente non hanno gli altri piloti di F1 perché quando Kimi indossa la tuta e s’infila il casco diventa un’entità aliena impossibile da acchiappare. La sua Freccia d’Argento, si trasforma in un razzo spaziale inarrivabile per gli avversari. A distanza di due settimane ha ripetuto la magia due volte: prima in Cina, poi in Giappone. Il copione è sempre lo stesso: sia Shanghai che a Suzuka, ha salutato tutti dando appuntamento al traguardo.















