di Stefano Borioni
La vicenda è nota: la Global Sumud Flotilla, diretta verso Gaza, è stata intercettata in acque internazionali ed alcuni attivisti sono stati sottoposti a violenze e privazioni. Le immagini dei corpi segnati hanno accompagnato i racconti di chi era a bordo, rendendo difficile liquidare tutto come semplice propaganda.
Accanto all’indignazione e al sospetto, è però emerso un terzo registro emotivo: la soddisfazione. Il “se la sono cercata”, il “ben gli sta!”, il diffuso e viscerale augurio di lasciarli al proprio destino. Sperando possa essere il più possibile nefasto.
Un’ostilità che oggi si concentra sulla Flotilla, ma che in passato ha colpito le Ong o Save the Children, declinatasi negli attacchi trasversali che hanno coinvolto – tra i tanti – Strada, Fo, Cecchettin, Papa Francesco. E, attenzione, non si tratta di un semplice dissentire, ma di augurarsi il male di qualcuno. È una dinamica interna che presuppone molto più risentimento – apparentemente immotivato – e che, da psicoterapeuta, trovo interessante.
Quando una persona che non si espone vede qualcun altro pagare le conseguenze del proprio impegno, qualcosa si attiva. Amiamo immaginarci autonomi, oggettivi, ma spesso siamo più immersi nelle relazioni di quanto vorremmo ammettere. L’esperienza dell’altro entra dentro una rete di confronti impliciti: ciò che fa, ciò che rischia, va in risonanza con il nostro modo di stare nel mondo e con l’immagine che abbiamo di noi stessi. Magari non condividiamo neppure quella specifica causa, ma siamo consapevoli che non avremmo agito neanche per la nostra.






