Chi c’era a bordo? «Eravamo 21 persone di 14 nazionalità diverse, tra cui giornalisti, attivisti, avvocati, operatori sanitari». Quando avete capito che vi avrebbero intercettato le forze israeliane? «Dopo qualche giorno di navigazione tranquilla, il primo pomeriggio di sabato 26 luglio, a meno di 55 miglia da Gaza, in acque internazionali, mentre io ero di turno come vedetta, siamo stati raggiunti da un grande drone, era un drone disarmato che per un’ora ha sorvolato sopra di noi, soprattutto per farsi identificare più che per identificare noi. Contemporaneamente, ci hanno avvertito, intorno alle 17, che erano partite due motovedette dal porto di Haifa con a bordo il corpo degli incursori». E poi? «Via radar, intorno alle 23, abbiamo visto arrivare 7-8 aliscafi veloci, ci hanno illuminato, in inglese ci hanno detto che eravamo in arresto, sono saliti a bordo». Come è avvenuto il trattenimento? «Noi eravamo già pronti, seduti col giubbotto salvagente e le mani aperte davanti per far vedere che eravamo disarmati. C’è stata la massima attenzione per evitare qualsiasi contatto fisico, loro ci hanno fatto sedere, erano 35 circa. Avevano tutti il passamontagna, ma dai loro occhi si vedeva che, tranne i due che dirigevano le operazioni, erano tutti ragazzini di vent’anni. Sotto la minaccia delle armi che ci hanno puntato, ma senza aggressività, hanno detto che ci dovevamo sedere. Avevano già un fascicolo con le nostre schede personali, con tanto di foto segnaletiche, ci hanno chiamati uno per uno col nome di battesimo, a me hanno detto “Antonio tu ti siedi là”». Ha avuto paura? «No, solo disperazione perché eravamo convinti che potevamo farcela». Dove vi hanno portato? «I militari sono rimasti nella nostra barca per 12 ore di navigazione per arrivare al porto di Ashdod, hanno attaccato la nostra imbarcazione alle loro e siamo andati più veloci. Poi è arrivata un’imbarcazione con tre ragazze con la maglietta della croce rossa, ci hanno dato acqua e panini ma li abbiamo rifiutati. Poi siamo arrivati al porto». Al porto cos’è successo? «Qui le cose sono cambiate. Abbiamo trovato 50 poliziotti già schierati che ci aspettavano, prima hanno fatto scendere i due cittadini israeliani (di cui non abbiamo più saputo nulla), poi ci hanno chiamati uno alla volta e fatti scendere. Alcuni sono stati strattonati, un ragazzo è stato trascinato con forza da tre persone, una delle quali gli stringeva il collo. Ci hanno portato dentro un grande salone, dove abbiamo atteso indicazioni, non ci hanno permesso di andare in bagno. Sono iniziate le identificazioni, i raggi x, ci hanno spogliati completamente, poi è arrivata la console italiana, ci ha spiegato quali erano le motivazioni dell’arresto e la possibilità di avvalersi di una norma della legge israeliana di chiedere l’espulsione immediata dal Paese». Cosa ha deciso? «Ho firmato per essere espulso, ma prima c’è stato l’interrogatorio». Com’è stato l’interrogatorio? «Durissimo, anche se ero assistito dagli avvocati della Freedom Flotilla. Ho respinto le accuse che mi venivano mosse, ho fatto mettere a verbale che per me si è trattato di un sequestro in acque internazionali e che avrei denunciato Israele al mio rientro in Italia. Loro mi hanno chiesto se portavo aiuti in Siria, se sapevo quanti bambini aveva ucciso Hamas, mi sono rifiutato di rispondere, ho solo detto che Israele stava facendo una guerra a tutti i palestinesi, il poliziotto allora ha urlato, gli avvocati mi hanno detto di non reagire. Poi sono arrivati due poliziotti». E dove l’hanno portata? «Mi hanno chiuso in un cellulare blindato di due metri di altezza e settanta centimetri di larghezza, l’areazione era pessima, non vedevo niente fuori, sono stato due ore da solo in questo isolamento. Avevo sete e un poliziotto mi ha dato una bottiglia di acqua già aperta, che non ho bevuto. Poi sono ripartito». Per andare dove? «Mi hanno portato, insieme ad altri arrestati, alla periferia di Tel Aviv in un grande centro, dove ho trascorso la notte in una cella, ci hanno portato un piccolo panino freddo e un bicchiere di acqua, alle 4 di mattina sono ripartito in auto fino all’aeroporto, dove mi hanno messo in una specie di dormitorio, senza poter ancora telefonare ai miei familiari. Poi mi è stata passata al telefono la console, ho avuto un momento di terrore per quello che mi sarebbe potuto accadere, ma la console mi ha detto che sarei partito per l’aeroporto e che lei mi avrebbe accompagnato al gate insieme ai poliziotti». Come ha vissuto quanto accaduto? «Mi sono sentito privato della dignità, privato di un sogno e di tutte le energie, ci sentivamo veramente sequestrati, è stato ignobile, ma non ho avuto paura, né rabbia, né dolore con fitte al cuore, ma totale senso di abbandono». Lo rifarebbe? «Assolutamente sì, è un’azione che va fatta perché politicamente e dal punto di vista del diritto umanitario è fondamentale». È preoccupato per gli attivisti della Global Sumud Flotilla? «Sono profondamente preoccupato, è un’azione diversa dalla nostra. Anche noi avevamo la possibilità, seppur minima, che l’esercito si presentasse sparando, stavolta la probabilità è più alta. Ho paura possa accadere qualcosa di brutto come accadde 15 anni fa con la Flotilla della Mavi Marmara, quando morirono nove persone». Però adesso Israele ha tutti gli occhi del mondo puntati addosso? «Ma ho sentito dichiarazioni israeliane molto pesanti, molto più dure, hanno chiamato terroristi i membri dell’equipaggio e questo mi preoccupa molto, il rischio è che gli attivisti non possano cavarsela con pochi giorni di cella o l’espulsione». Cosa consiglia loro? «Di stare uniti, con razionalità. Di ricordare che si tratta di una missione umanitaria. Le mediazioni sono importanti e di fronte al rischio peggiore tutte le strade vanno tentate, mi chiedo perché alle mediazioni diplomatiche si arrivi soltanto ora, mi chiedo perché soltanto adesso i Governi hanno chiesto di portare gli aiuti umanitari a Gaza tramite Cipro. Il consiglio è di agire passo passo e lasciare aperte tutte le trattative». E se ci fosse un ultimatum? «Se ci fossero degli ultimatum deve prevalere la razionalità, non credo che i palestinesi abbiano bisogno di altro sangue».