La famiglia lo ha annunciato nella mattina di sabato 2 maggio, con poche parole e un silenzio che pesa più di qualsiasi altra cosa. Alex Zanardi non c’è più. Se ne va a 59 anni il bolognese che ha attraversato lo sport e la vita con una forza fuori dal comune, capace di trasformare ogni caduta in un nuovo inizio. Non è stato solo un pilota, né soltanto un campione paralimpico dai quattro ori a Londra 2012 e degli altrettanti a Rio 2016, oltre ai 12 titoli dei Mondiali su strada: è stato un uomo che ha vissuto più esistenze dentro una sola. E per raccontarlo davvero, bisogna seguirlo attraverso quelle vite.

Le origini e la vocazione: quando correre è una scelta Zanardi cresce come tanti ragazzi innamorati dei motori: kart costruiti con mezzi di fortuna, talento evidente, sogni che prendono forma tra piste della provincia emiliana. Ma la sua storia cambia presto direzione. La morte della sorella Cristina in un incidente stradale segna profondamente la famiglia, che prova ad allontanarlo dalle corse. È proprio lì che nasce la sua determinazione: invece di fermarsi, sceglie di andare avanti. Per lui, da quel momento, gli ostacoli diventano carburante. Nei kart sfiora il titolo mondiale contro Michael Schumacher, dimostrando di poter competere con i migliori. Poi arriva la Formula 3000 e, quasi all’improvviso, la chiamata in Formula 1. Debutta a Barcellona con la Jordan nel ‘91: chiude nono e firma uno dei giri più veloci, alle spalle di un certo Ayrton Senna. Non è ancora un vincente, ma è già qualcosa di diverso. Corre sempre al limite, cercando qualcosa che va oltre il risultato. Nel 1993, a Spa, il primo grande schianto: oltre 240 km/h contro le barriere del Raidillon. Ne esce vivo, ma è il primo segnale di una carriera che non ha mai seguito traiettorie lineari.