Il cosiddetto movimento Pro-Pal orienta ampi settori di opinione giovanile in tutto l’Occidente. E in Italia, dopo aver aiutato la vittoria del “No” nel referendum sulla legge Nordio, ha anche pesato significativamente nelle provocazioni antisemite che hanno sconciato le celebrazioni del 25 aprile. Non sono un cantore di un Sessantotto di cui si costatano ancora oggi i frutti negativi in settori rilevanti del sistema dell’istruzione, nella politicizzazione delle professioni intellettuali (a partire dai magistrati), in un certo degrado della classe dirigente nazionale che prima della “grande contestazione” contava sul pluralismo culturale nelle università come elemento fondamentale di formazione. Senza parlare poi delle, pur relative, responsabilità “sessantottine” per la tragica (e distinta) successiva fase, quella del terrorismo.
Però quel movimento generazionale di cinquantotto anni fa rispondeva anche a esigenze di modernizzazione, esprimeva anche una speranza connessa all’affacciarsi dei baby boomer nella vita sociale, era accompagnato da intellettuali di spessore. Intellettuali che magari provocarono anche notevoli guasti, come ha spiegato Alan Bloom nel suo “The closing of american mind” indicando nel decostruttivismo di Jacques Derrida la causa del degrado delle università americane. Ma erano, i guasti del ’68, provocati da idee non da post su Istagram.






